USA: FUNZIONALISMO VS INTENZIONALISMO 2.0

SE TRUMP VINCERÀ LE ELEZIONI, SARÀ DAVVERO LIBERO? LA POLITICA ESTERA CAMBIERÀ IN MODO NETTO O TUTTO RESTERÀ UGUALE?

"Volevo il potere per imporre i miei piani, per tentare i rimedi, per instaurare la pace. Lo volevo soprattutto per essere interamente me stesso, prima di morire", così diceva Adriano nel celebre romanzo di Yourcenar. Un desiderio umanamente comprensibile quello di decidere al di là dei vanagloriosi e mutevoli progetti altrui, un desiderio segretamente accarezzato da molti capi di Stato, ma è un'aspirazione fattibile o, piuttosto, una irraggiungibile chimera? Il potere può davvero essere "assoluto" (lat. absolutus), "sciolto" da qualsiasi vincolo e ingerenza che provenga dall'esterno? 
Pur ammettendo che oggi il funzionalismo e l'intenzionalismo vengano associati quasi esclusivamente al dibattito storiografico sull'Olocausto, vi è, nell'epistemologia così come nella metodologia della ricerca storica (spesso d'impronta marxista), un importante filone di studi che si interroga su quanto un fenomeno sia attribuibile alla sola volontà di un leader (Intenzionalismo) e quanto alla Überbau, la sovrastruttura ideologico-culturale, o alla struttura economico-finanziaria (Funzionalismo). Ammesso che Trump vinca le elezioni, riuscirà davvero a imporre la sua visione neoisolazionista? E come terrà a bada un complesso militare-industriale che, per contenere la sfera d'influenza cino-russa, contempla solo l'opzione bellica?

IL PESO DEI MEGADONATORI E L'OMBRA DEI DONATORI DI PAGLIA
Anche la politica è business, per reggersi ha bisogno di fondi. Ovviamente, chi finanzia un partito, soprattutto se lo fa in modo massiccio, avrà voce in capitolo per qualsiasi decisione, compresa la politica estera. Trump, riguardo a questo aspetto, ha assicurato di non essere ricattabile e di poter finanziare la campagna elettorale in modo autonomo. Ma i suoi problemi giudiziari sono sotto gli occhi di tutti. La cauzione (esorbitante) e le spese processuali hanno intaccato - almeno in parte - il budget elettorale. Come logica conseguenza, i donatori del Grand Old Party potrebbero diventare ancora più rilevanti di quanto non lo fossero in passato. 

Jeffrey Jass, della Susquehanna International Group, una società privata di commercio e tecnologia globale specializzata in trading, private equity, energia e ricerca, è il maggior finanziatore dei repubblicani. Tra il 2023 e il 2024 ha donato quasi 60 milioni di dollari (1). Oltre a controllare mezza Pennsylvania e ad essere finito nell'occhio del ciclone ai tempi dell'assalto a Capitol Hill per aver finanziato il senatore Josh Hawley, schieratosi coi rivoltosi (2), Jass è un importante investitore in ByteDance (la società cinese di TikTok). Se Trump dovesse essere eletto, quasi sicuramente, i burrascosi rapporti fra il governo Biden e i cinesi di ByteDance diventerebbero un ricordo. Ci si limiterebbe a una rivalità finanziaria e simbolica, come a suo tempo fu con Huawei e Xiaomi, ma in modo più sfumato, una rivalità che non vada oltre lo scontro dialettico. Del resto, l'embargo statunitense alla Huawei fu aggirato da Intel e Micron senza grandi difficoltà (3). Ormai è chiaro che il mondo finanziario e industriale può essere controllato a livello centrale solo fino a un certo punto, e questo vale anche per gli USA. La "diplomazia del dollaro" di Taft è anacronistica, a maggior ragione quando ci si rapporta con la Cina. 

Al secondo posto, con 52 milioni di dollari, c'è Kenneth C. Griffin di Citadel LLC, una multinazionale di hedge funds e servizi finanziari. Griffin è una figura piuttosto controversa, ma di cui sostanzialmente non si sa nulla con assoluta certezza, se non che molti lo odiano e lo accusano di frodi e arbitraggio di latenza. Ha fatto affari coi russi, per via di Yandex, e non mancano persone che credono che abbia nascosto i soldi degli oligarchi russi sanzionati. A quanto pare i suoi voli in Finlandia, in zone prossime al confine russo, hanno sollevato una ridda di ipotesi (4-5). Tuttavia, cosa pensi davvero quest'uomo, e - soprattutto - cosa faccia o abbia fatto, non è consentito saperlo. In fondo, le voci sui suoi legami con gli oligarchi russi potrebbero essere state veicolate ad arte dal partito democratico, per indebolire Trump. Resta il fatto che, nel settembre 2023, Griffin ha incontrato Zelensky presso le Nazioni Unite per parlare di fondi privati e ricostruzione (6). All'inizio della guerra ha anche sostenuto che era necessario indebolire la Russia nel settore energetico, favorendo il gas liquido statunitense (7). Altre volte ha criticato le sanzioni ai russi perché avrebbero danneggiato il settore tecnologico statunitense; stando alla sua analisi, i russi e i cinesi si sarebbero rifatti in Africa e il continente africano sarebbe finito nell'orbita cinese (8). 
Una banderuola altalenante? Difficile crederlo, più probabile che sia un individuo razionale con una visione geopolitica tutta sua, né filorussa né russofobica, e che modifichi la sua posizione in base agli eventi, alle congiunture economiche e alle aspettative. Del resto, anche riguardo alla Cina ha pronunciato discorsi moderati, sottolineando che è nell'interesse degli USA "mantenere una parvenza di tono costruttivo" sia con Taiwan che con il grande rivale asiatico (9). Griffin ha anche riconosciuto ai cinesi una notevole competenza nelle materie STEM e un vantaggio nelle economie di scala. Nella sua analisi non mancano termini o espressioni che adombrano rivalità e timore, ma tutto sommato non c'è nulla di offensivo e bellicista. Il suo sostegno a Israele, invece, è totale e incrollabile. Ha perfino smesso di finanziare Harvard da quando gruppi di studenti hanno protestato per la guerra a Gaza. Il suo cognome non è ebraico, ma la nonna si chiamava Huebsch Gratz (10) e Gratz è un cognome che può essere aschenazita. Per molti teorici del complotto tanto basta per fare di lui un ebreo. Comunque, che sia ebreo, parzialmente ebreo oppure no, il suo sostegno a Israele può derivare da una vicinanza strategica o affettiva con gli ebrei, dal momento che molti magnati degli hedge funds sono ebrei, basti pensare a Israel Englander di Millennium. Senza contare che le sue convinzioni potrebbero anche essere indipendenti e genuine, derivanti da una maggiore convergenza culturale con la cultura ebraica rispetto alla controparte araba. Questa vicinanza, in ogni caso, non potrebbe mutare l'operato di Trump, che si è sempre dimostrato un amico di Israele. 

Altri megadonatori repubblicani sono i coniugi Uihlein, fondatori di una società di spedizioni e imballaggi. Loro si fermano a 43 milioni di dollari.  In questo caso, potrebbe esserci un maggiore interesse per le questioni identitarie piuttosto che per la politica estera. Ora, durante le guerre, chi gestisce il packaging ha ottime possibilità di arricchirsi mediante la logistica e la supply chain (vettovaglie, kit igienici, ecc.), ma il settore civile delle "catene di fornitura" è già gestito da Amazon, Walmart e Fastenal. I margini di manovra potrebbero sempre cambiare a favore di altri donors, ma gli accordi precedentemente presi non possono essere mutati e, nel caso si inserisse un'altra impresa, la fetta di torta diminuirebbe. Inoltre, sebbene sia presto per valutare le esatte implicazioni dell'interruzione dell'esportazione del legname russo, ucraino e bielorusso, l'industria della carta è strettamente legata ai sottoprodotti delle conifere. Anche l'aumento dei costi energetici produce ripercussioni sul costo finale dell'imballaggio. Sembra che gli Uihlein siano più propensi a indirizzare la politica interna e culturale. La moglie ha una visione più pragmatica, ma il marito ha finanziato molti candidati d'estrema destra anti-establishment (11). I 43 milioni di dollari, molto probabilmente, finiranno in discorsi o proposte di legge anti LGBT, anti Woke, anti immigrazione e, nel caso ci fosse una nuova pandemia, contro l'obbligo vaccinale.

Al quarto posto, con 30 milioni di dollari, c'è Timothy Mellon, banchiere e proprietario di una holding di trasporti. Il miliardario ultraconservatore, proprio come i coniugi Uihlein, sembra più interessato agli affari interni e agli argomenti cari ai WASP. Nel 2021 ha finanziato un muro tra Texas e Messico e in più occasioni ha criticato il welfare state, attribuendogli la colpa di "impigrire" gli afroamericani con benefit e buoni spesa, disincentivandoli a trovare lavoro e abituandoli a una "nuova schiavitù", che avrebbe anche il demerito di penalizzare i "lavoratori onesti", numericamente inferiori e costretti a pagare le tasse per finanziare questo circolo vizioso (12).

Subito dopo, con 25 milioni di dollari, c'è Robert Bigelow, all'apparenza un bislacco magnate alberghiero appassionato di UFO e parapsicologia. In realtà, la sua ossessione per la pseudoscienza potrebbe essere stata sfruttata per pubblicizzare la Bigelow Aerospace, società ormai fallita, pioniera nei moduli per stazioni spaziali espandibili. Il matrimonio con la NASA era un tantino troppo affollato, con le rivali Space X, Blue Origin, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Sierra Nevada Corporation molto più iconiche e potenti… Nel 2021 Bigelow ha anche intentato una causa contro la NASA per una commessa da 1,05 milioni di dollari non pagata. Ma ad oggi tutto tace. Il tribunale distrettuale del Nevada ha detto di non avere giurisdizione sulla questione e che "il caso non soddisfaceva le richieste necessarie per trasferirlo" (13). Se Trump dovesse vincere le elezioni, Bigelow potrebbe avere la sua rivincita sulla NASA, la sua azienda aerospaziale potrebbe "resuscitare" e sarebbero possibili altre commesse. Bigelow all'inizio ha sostenuto Ron DeSantis, ma, quando ha capito che non aveva alcuna possibilità di vincere, lo ha scaricato, criticandolo per essersi dimostrato troppo conservatore. Negli ultimi mesi il miliardario che ama lo spazio ha adulato Trump in modo palese e lo ha anche aiutato con le spese processuali (14). 
Come potrebbe incidere sull'operato del tycoon? Bigelow, come si è visto, è più interessato alla tecnologia che alla politica. Ad un occhio inesperto quest'uomo, che ha collaborato anche con Bob Lazar, può sembrare un fanatico di Area 51 e Men in Black, un invasato da sfruttare ma da non prendere troppo sul serio, tuttavia, se si guarda con maggiore attenzione, si noterà che il suo profilo Twitter contiene pochissimi tweets, limitati all'ingegneria aerospaziale, e nelle rare interviste in cui ha toccato tematiche diverse ha dimostrato una netta avversione per le posizioni intransigenti, sia in politica interna che estera. Abituato a collaborare con imprese aerospaziali russe, non ha mai criticato Putin. Ha anche sostenuto che se ci fosse stato Trump al potere, non ci sarebbe stata nessuna guerra a Gaza. Quindi, è altamente probabile che caldeggi un deciso disimpegno in Ucraina e un impegno in Medio Oriente più incentrato sulla diplomazia che sulle azioni offensive.

L'ultimo dei grandi finanziatori, con 17 milioni di dollari, è Paul Singer della Elliott Management Corporation, uno dei maggiori hedge fund americani, con un patrimonio netto di 6,1 miliardi di dollari. Singer è un pioniere nel business dell'acquisto di titoli sovrani sull'orlo del crac ed è stato descritto come un avvoltoio che banchetta sui cadaveri della finanza (soprattutto argentina e italiana). Ha avuto un ruolo rilevante nel contenzioso con Roma riguardante la compagnia telefonica Telecom Italia. Inoltre, Singer è stato coinvolto anche nell'acquisizione dell'AC Milan, di UnipolSai, e in controversie con l'Ansaldo e con la compagnia energetica Edison. Come si può intuire dal suo cognome, ha origini ebraiche ed è uno strenuo difensore di Israele e della cultura ebraica nel mondo. Questo non muterebbe l'operato di Trump. 

Gli altri finanziatori, con donazioni prossime o inferiori ai 10 milioni di dollari, non dovrebbero poter vantare un'influenza rilevante, in termini di potere contrattuale. Un interessante dettaglio riguarda i 400.000 dollari donati da Reid Garrett Hoffman di LinkedIn, un democratico convinto. La sua azienda negli ultimi anni è diventata il megafono digitale della NATO, ed il miliardario ha donato 17 milioni di dollari per la campagna elettorale di Biden. Nel caso di una debacle democratica, la sua "irrisoria" donazione a Trump potrebbe essere uno strategico obolo per disporre di notizie utili e spendibili o un lasciapassare per continuare a veicolare con appositi algoritmi, almeno per qualche tempo, notizie interventiste. Questa strategia di "copertura", ovvero la donazione di soldi a entrambi i candidati per non inimicarsi eccessivamente il vincitore se si sostiene maggiormente il perdente, non è certo una novità nel panorama politico statunitense ed è perfettamente legale. 

Ciò che, invece, è illegale ed eticamente deplorevole è l'influenza dei "donatori di paglia". Nelle elezioni federali negli Stati Uniti, i programmi di donazione di paglia sono illegali ai sensi del 52 USC § 30122, che afferma: "Nessuno dovrà versare un contributo a nome di un'altra persona o permettere consapevolmente che il suo nome venga utilizzato per effettuare tale contributo, e nessuno potrà accettare consapevolmente un contributo effettuato da una persona a nome di un'altra persona" (15). Ovviamente, che dietro alcune donazioni possano celarsi interessi russi e cinesi è possibile, sebbene non rilevante ai fini statistici, oltre che difficilmente dimostrabile, tenendo conto anche delle criptovalute e del cyberlaundering. Non rilevante ai fini statistici perché, nel corso degli ultimi anni, tra democratici e repubblicani aleggia un'atmosfera da paura rossa, con vecchi cliché e vecchi parossismi, con un'isteria anticinese e antirussa che incentiva investigazioni, anche finanziarie, piuttosto aggressive. Utilizzare la strategia delle donazioni di paglia diventa sempre più difficile. 
Tra il 2020 e il 2022, un'inchiesta ha dimostrato che due soci di Rudy Giuliani, Lev Parnas e Igor Fruman, entrambi di origine sovietica, hanno cospirato per incanalare 1 milione di dollari da Andrei Muraviev, un oligarca russo; questi soldi sarebbero stati donati a campagne e gruppi politici statunitensi per ingraziarsi il favore dell'ex sindaco di New York e di altri politici repubblicani (16). I cinesi, a cui di certo non manca l'acume, hanno compreso che è molto più sicuro investire su entrambi i partiti. Per esempio, Quin Hui, un miliardario che gestisce una holding d'investimenti, ha donato migliaia di dollari ai candidati repubblicani e democratici di New York e Rhode Island (17). Come si nota, però, le cifre non sono mai esorbitanti, sembra quasi che i russi e i cinesi stiano saggiando le difese statunitensi, oppure, essendo consci che una grossa cifra dia nell'occhio, si accontentano di mutare l'organigramma politico solo in modo marginale. Anche nel malaugurato caso in cui riuscissero a non essere scoperti, non potrebbero mutare in modo significativo le decisioni di un Presidente degli Stati Uniti d'America; potrebbero contare su pochi uomini.
 

L'INCOGNITA TRUMP: IPOTESI E IMPLICAZIONI SU UNA POSSIBILE LINEA DI CONDOTTA
Durante la sua presidenza, il leader repubblicano, come sottolineano i suoi sostenitori, non ha cominciato nessuna guerra, e questo resta - solo un pazzo assetato di sangue lo negherebbe - un primato encomiabile, tuttavia, forse anche per dare un contentino all'apparato militare, si è scagliato più e più volte contro la Cina di Xi Jinping. Non si è mai giunti alle offese rabbiose e reiterate della presidenza Biden, ma la rivalità con il dragone era palese, soprattutto durante l'emergenza Covid. 

L'accusa di aver prodotto in laboratorio il virus era un facile pretesto per attaccare il gigante asiatico, sfidandolo riguardo alla corsa ai vaccini e alla conseguente redistribuzione, in modo particolare nelle "terre di mezzo", macroaree e nazioni a metà strada fra il blocco NATO e quello cino-russo, corteggiate da entrambi o non del tutto assoggettate, come i Balcani, Israele, l'India e l'Africa. Ancor prima della pandemia, il suo atteggiamento riguardo alla Cina ha sempre oscillato tra il bastone e la carota, accusandola di violare i diritti umani sugli uiguri, ma evitando di prendere posizioni troppo dure per non mettere a repentaglio gli accordi commerciali. Questa linea strategica fu confermata da John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, che quando fu licenziato volle togliersi qualche sassolino dalla scarpa (18). Ovviamente, Trump negò, ma dopo dovette cedere, imponendo blande sanzioni ad alti funzionari cinesi. Ne andava della sua onorabilità di Presidente agli occhi del rivale asiatico. Inoltre, era necessario mettere a tacere l'ala guerrafondaia del complesso militare-industriale. Anche con la Corea del Nord la sua posizione ha sempre oscillato tra aperture diplomatico-commerciali (molto promettenti) e dure prese di posizione. "Il mio pulsante nucleare è più grande del suo", riferito a Kim Jong-un, fu l'acme del suo periodo intransigente, ma - tutto sommato - gli attriti coi cinesi e i nordcoreani non erano paragonabili alle quotidiane schermaglie e ai concreti venti di guerra dell'era Biden. Anche da un punto di vista semantico, le minacce di Trump erano occasionali, razionali e scarne, non certo il manganello linguistico a cui ci hanno abituati Stoltenberg e Biden. E questo era particolarmente evidente nel periodo antecedente al 2020.

Da tempi immemori, ma soprattutto da quando la fotografia è diventata uno strumento del potere, le strette di mano tra i potenti sono state sfruttate e ostentate in modo ipocrita, per ingannare il popolo e il nemico; esse sono diventate - né più né meno - una patina di civiltà che cela i reali interessi di morte e predominio, e sarebbe sciocco credere alle finte promesse di amicizia e fratellanza che veicolano. Tuttavia, le strette di mano di Trump, sia che incontrasse Putin sia che incontrasse Xi Jinping, erano percepite, anche dagli intellettuali cinici, come l'emblema di una pace tortuosa ma possibile. Dai modi spigolosi, non malleabile, intransigente con chi lo meritava, ma anche brutalmente sincero, con quell'aura di sicurezza che è tipica di chi sa di poter contare su un patrimonio di 4 miliardi di dollari e di essere decisamente meno manovrabile degli altri, Trump non aveva bisogno di mentire in modo plateale. Per questo motivo, il suo linguaggio gestuale e paraverbale era scrutato e interpretato con grande interesse. Se lui stringeva la mano significava che, in fondo in fondo, la pace era possibile. Se lui minacciava qualcuno, anche usando pause di esitazione o termini non troppo aggressivi, significava che quel qualcuno doveva stare attento a non valicare la linea rossa. La sua era un'insolita autorevolezza, forse irrituale considerando l'omogeneità dei politici odierni, ma funzionava, almeno in politica estera. E le sue non erano soluzioni anodine, banali vie di mezzo; esse, anche quando mantenevano lo status quo, aggiungevano tasselli (commerciali, militari o diplomatici), utili a una definitiva risoluzione della controversia. Insomma… molti fatti, una ritualità stringata, poche chiacchiere e ancor meno minacce. 

Ovviamente, chi era avvezzo alla hybris imperialista odiava lui e il suo modo di fare. Per i suoi detrattori, il suo isolazionismo alla Monroe, a lungo andare, avrebbe causato la fine del predominio americano nel mondo. C'era anche chi lo paragonava a Calvin Coolidge. Il Presidente degli anni '20 si era fossilizzato sulla politica interna e identitaria a scapito della politica estera, sottovalutando l'emergere dei totalitarismi e le criticità europee di quegli anni, creando i presupposti, in un certo senso, per l'ascesa di Hitler (19-20). Allo stesso modo, secondo alcuni, l'operato di Trump avrebbe creato in Europa un vuoto che avrebbe allettato i cino-russi. 

Ma nessuno può sapere con assoluta certezza come sarebbe stato un suo secondo mandato. E se, dopo l'attacco di Putin, anche Trump si fosse piegato al diktat bellicista del colosso atlantista? In fondo, proprio perché la sua politica ondivaga oscillava tra il bastone e la carota, esistevano in nuce elementi che non facevano presagire nulla di buono per i cino-russi. Perfino durante la sua presidenza, in Europa continuavano ad essere erogati corsi di studio diretti dalla NATO, in cui si discuteva della "Responsibility to Protect" e si studiavano casi di "ipotetici" Stati con minoranze etniche allogene da "aiutare anche con le truppe", per impedire che cadessero sotto il dominio straniero. Chi ha avuto la sventura di frequentare quei corsi sa bene quanto i finti analisti si siano riempiti la bocca con il motto: "Si vis pacem, para bellum". Anche gente che non conosceva nemmeno la prima declinazione latina, di punto in bianco sfoggiava sui propri social questa frase, e capivi subito dove volesse andare a parare. Del resto, la finestra di Overton ci insegna che lo Zeitgeist non nasce dal nulla, e che qualsiasi idea può diventare socialmente accettabile con un'opportuna dose di propaganda. Qualunque cosa vogliano pensare coloro che lo idolatrano e lo dipingono come un novello Mahatma Gandhi, questa dose di propaganda era già ampiamente ravvisabile durante la sua presidenza.

Come potrebbe essere un suo eventuale mandato? Ovviamente nemmeno lui lo sa. Al di là delle linee programmatiche, al di là di ciò che desidera dal profondo del cuore, almeno una parte del suo operato potrebbe dipendere dall'influenza dei finanziatori e dal modo in cui decideranno di plasmare la gerarchia istituzionale. Ad oggi, solo se sommiamo i megadonatori, abbiamo 226 milioni di dollari. Il mese scorso questa cifra era più bassa di circa 50 milioni di dollari. Da qui alla fine dell'anno è logico ipotizzare che saliremo ad almeno 300 milioni di dollari, e alcune cose potrebbero cambiare a livello proporzionale. Fino a un mese fa gli Uihlein erano al secondo posto, ora c'è Griffin. A seconda di chi si piazzerà primo, secondo e via dicendo, potrebbero mutare anche gli obiettivi di politica nazionale ed estera. Monitorare l'andamento delle donazioni fino alla data delle elezioni è di cruciale importanza per ipotizzare in modo realistico le possibili implicazioni.

Una cosa è certa, nonostante i democratici abbiano sfruttato la frase di Trump: "Hitler ha fatto anche cose buone", alludendo a una sua simpatia per il nazismo, il tycoon ama gli ebrei e rispetta Israele. Sua figlia Ivanka ha tre figli ebrei. I bambini sono comparsi spesso col nonno, sorridenti e mano nella mano. Inoltre, come dimenticare le immagini di Trump al muro del pianto con la kippah? Come dimenticare la sua volontà di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele e di spostarvi l'ambasciata statunitense? E infine, come dimenticare l'operato di Kushner e gli Accordi di Abramo? 
Se - come sussurrano alcuni - il padre tedesco di Trump, Fred, nutriva una spiccata benevolenza verso il nazionalsocialismo, il figlio deve fare i conti con la consapevolezza di dover proteggere i suoi discendenti dall'antisemitismo. Questa consapevolezza vale più di mille discorsi. La sua visione, tutto sommato, sembra essere moderata e razionale. Anche se l'obiettivo finale resta la pacifica coesistenza fra i due popoli, egli è cosciente che, per concretizzarlo, è necessario normalizzare i rapporti diplomatici tra lo Stato ebraico, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Sudan e il Marocco, per creare una sponda d'appoggio. Israele 2000 anni fa fu invasa dai romani perché non poteva contare su nessun alleato nell'area mediorientale e africana. L'isolamento politico e diplomatico è un tragico leitmotiv del destino ebraico. Scardinare questa emarginazione, anche mediante vantaggiosi accordi finanziari, potrebbe limitare il potere militare, contrattuale e simbolico di Hamas e degli altri gruppi estremistici, rendendo la pace coi palestinesi più vicina. Jared Kushner è stato criticato per aver detto che Gaza avrebbe potuto avere un grande valore immobiliare, se solo i palestinesi avessero scelto di investire i soldi in istruzione e turismo piuttosto che in tunnel e armi (21). Tuttavia, questa riflessione, formulata da un uomo avvezzo agli investimenti immobiliari, ha un suo innegabile fondo di verità. Ciò che resta misterioso è un progetto per i due Stati. Kushner, soprattutto negli ultimi tempi, si è mostrato contrario, ma Trump è sempre stato possibilista. Il non parlarne potrebbe significare diverse cose, non necessariamente che si sia contrari. Potrebbe significare che lo si reputi un progetto utopistico, di difficile attuazione nell'immediato futuro, e che si ipotizzi una creazione della Palestina solo in una fase successiva, non nei prossimi 4 anni. Oppure se ne potrebbe evitare di parlare per non essere strumentalizzati e perdere potenziali elettori. Staremo a vedere, con la piena contezza che, pur caldeggiando una de-escalation, il leader repubblicano - in casi estremi - non farebbe mancare il suo appoggio a Israele e alla diaspora ebraica.

Riguardo all'Ucraina, la sua ostilità è nota. Parte di questa inimicizia risale ai tempi dell'affare Hunter Biden-CrowdStrike e al suo tentativo di utilizzare Zelensky per mettere in cattiva luce il partito democratico. Trump, inoltre, ha criticato spesso gli aiuti all'Ucraina, sostenendo che dovrebbero essere prestiti; altre volte si è scagliato contro i membri NATO, affermando che dovrebbero essere loro a farsi maggiormente carico degli aiuti, dal momento che l'Ucraina è in Europa. Anche se di recente, in vista delle elezioni, ha ammorbidito le sue posizioni pacifiste, la NATO e i militari continuano a non fidarsi di lui. Lo dimostrano il prestito da 1,5 miliardi di dollari della Banca Mondiale e il pacchetto da 60 miliardi di dollari di Biden, uno degli ultimi sostanziosi regali elargiti da uno Stato in cui le frizioni sociali e la crisi economica sono sempre più preoccupanti. Ma le elezioni sono alle porte, le munizioni non dureranno in eterno e una soluzione alla coreana, con due Stati, serpeggia con maggiore insistenza. In caso di vittoria, il tycoon dovrà decidere se è davvero disposto a rischiare di fare la fine di Kennedy per difendere la sua visione politica. Conciliare le due opposte visioni sarà di nuovo cruciale, per la sua vita e per le sorti del mondo.












FONTI:
1- https://www.opensecrets.org/elections-overview/biggest-donors, aggiornato alla data 26/04/2024
2- https://penncapital-star.com/commentary/who-is-jeffrey-yass-and-why-is-he-such-a-big-problem-for-pennsylvania-opinion/
3- https://www.ilpost.it/2019/06/26/aziende-statunitensi-affari-huawei-divieto-trump/
4- https://www.reddit.com/r/Superstonk/comments/tlvciv/is_citadel_securities_and_ken_c_griffin_hiding/
5-https://www.reddit.com/r/Superstonk/comments/taqfyx/kenny_flying_the_finnish_border_the_last_3_times/
6- https://www.afr.com/world/north-america/why-ken-griffin-and-bill-ackman-held-secret-talks-at-the-un-20230921-p5e6jy
7- https://www.chicagobusiness.com/finance-banking/citadels-ken-griffin-says-fight-putin-cutting-reliance-russia-energy
8- https://www.thestreet.com/investing/hedge-funder-griffin-us-sanctions-backfire
9 - https://seekingalpha.com/news/4060264-ken-griffin-if-china-invades-taiwan-the-us-could-see-a-great-depression
10-https://www.legacy.com/us/obituaries/dailyherald/name/genevieve-gratz-obituary?id=27411720
11- https://www.ft.com/content/e1fda83a-4d5a-4f23-8377-5b862f752cac
12- https://en.wikipedia.org/wiki/Timothy_Mellon
13- https://law.justia.com/cases/federal/district-courts/nevada/nvdce/2:2021cv00494/149225/17/
14- https://www.politico.com/news/2023/11/08/desantis-trump-2024-00126054
15- https://en.wikipedia.org/wiki/Title_52_of_the_United_States_Code
16- https://www.opensecrets.org/news/2022/03/more-than-690000-in-political-contributions-traced-to-associates-of-a-foreign-national-facing-charges-related-to-straw-donor-scheme/
17- https://www.nytimes.com/2024/03/18/nyregion/hui-qin-billionaire-straw-donations.html
18- https://www.bbc.com/news/world-us-canada-53138833
19- https://www.wsj.com/articles/the-return-of-the-old-american-right-11649430434
20- https://www.washingtonpost.com/outlook/2019/10/03/is-donald-trump-following-ruinous-footsteps-calvin-coolidge/
21- https://www.theguardian.com/us-news/2024/mar/19/jared-kushner-gaza-waterfront-property-israel-negev



Immagine: Trump, Chris Buck, 2006



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