MISCELLANEA, NOTIZIE RANDOM DAL MONDO
Questa pagina servirà a elencare notizie che, per motivi di tempistica o per mancanza di significativi sviluppi e/o dettagli correlati, non costituiscono un'analisi approfondita. Si tratta, in pratica, di una mera cronaca giornalistica, spesso lapidaria e priva di orpelli stilistici, dove l'analisi politologica è stringata o del tutto assente. Le riflessioni, laddove presenti, continueranno ad essere basate su un'analisi fattuale, obiettiva e critica del contesto preesistente, sulla scorta dei meccanismi autocatalitici che determinano qualsiasi innovazione e involuzione storica. In rare occasioni saranno pubblicate note biografiche con un'analisi più soggettiva o con una leggera nota polemica. La pagina verrà periodicamente aggiornata.
7 Maggio 2025
Chi sarà il prossimo Papa? Il Conclave e lo scoglio delle competenze linguistiche
Che il Papa non debba necessariamente avere le competenze linguistiche di un interprete simultaneo è ovvio. Le lingue sono sì importanti, ma è giusto valutare anche tutto il resto, soprattutto la sua visione politico-religiosa. Tuttavia, è un dato di fatto che tra i 133 cardinali che voteranno al Conclave nemmeno la metà saprebbe leggere - leggere, non recitare a memoria! - un testo scritto in italiano o latino ecclesiastico. Gli italiani sono solo 17, ma da un punto di vista linguistico sono innegabilmente avvantaggiati. Essendo italiani madrelingua, sono in grado di leggere senza alcuna difficoltà il latino ecclesiastico e lo spagnolo, una lingua estremamente simile all’italiano. Molti italiani, inoltre, hanno un livello di inglese B2, non eccelso, ma utile per parlare del più e del meno e per leggere un discorso in modo comprensibile. I più vecchi sono spesso fluenti in francese, dal momento che fino agli anni ’70 nelle scuole italiane era prassi studiarlo in modo piuttosto approfondito. Tra essi non mancano, inoltre, i religiosi più dotti, che si sono cimentati anche con l’ebraico, antico e moderno.
Ora, è improbabile che si scelga un Papa “giovane” come a suo tempo fu Wojtyla. Quella era un’epoca particolare in cui uno slavo era molto utile per sgretolare dall’interno il dominio sovietico, e di cardinali slavi non ce n’erano così tanti. Ma gli storici sanno bene che i cicli storici di rado superano il decennio. Scegliere un cinquantenne, potenzialmente utilizzabile in chiave antirussa o anticinese, può essere rischioso, perché col tempo potrebbe diventare un fossile anacronistico e ininfluente o addirittura, nel caso si arrivasse a una fase diplomatica, inviso alla controparte. E, in effetti, gli ultimi due Papi erano entrambi settantenni, perfetti per incarnare le esigenze politiche di quel determinato decennio. Ratzinger rappresentava la risposta eurocentrica in risposta al relativismo, e – soprattutto – in risposta al timore di una deriva islamica nell’Occidente assediato. Wojtyla, infatti, dopo l’11 settembre, non era riuscito, complice l’età avanzata e i problemi fisici, a rappresentare queste particolari esigenze, e la sua immagine era rimasta ancorata, da un punto di vista geopolitico, allo scontro con la Russia. Bergoglio, invece, era perfetto per tentare di evitare o rallentare una terza guerra mondiale. I suoi discorsi mettevano al centro l’uomo, a prescindere da razza ed etnia. Chi lo ha scelto, avrà visto con largo anticipo i potenziali pericoli di una escalation fra macroaree. Quindi, è logico ipotizzare che il prossimo Papa avrà tra i 68 e i 75 anni, con un margine di errore, in un verso e nell’altro, di 2 o 3 anni.
I sessantenni e settantenni stranieri che riescono a farsi comprendere quando parlano italiano o leggono il latino ecclesiastico, a parte gli ispanofoni, sono davvero pochi: si contano sulle dita di una mano, forse due. Tra i cardinali spesso citati tra i favoriti, Timothy Dolan – vicino a posizioni politiche conservatrici e sostenuto anche dall’ambiente trumpiano – non ha mai dimostrato particolare dimestichezza con l’italiano. La sua pronuncia e la costruzione delle frasi rendono difficile comprenderlo senza sottotitoli, e negli oltre vent’anni in cui è stato considerato papabile, non ha mai avvertito l’esigenza di migliorare le sue conoscenze linguistiche. Sarebbe in grado di sostenere la lettura di un testo in italiano aulico, con una ricca terminologia diplomatica ed ecclesiastica?
Un discorso analogo può essere fatto per Luis Antonio Tagle, figura molto amata dalla massa, anche grazie al suo onnipresente sorriso. Le sue competenze linguistiche sono sicuramente superiori a quelle di Dolan, ma in diversi video disponibili online si nota come il suo italiano – pur funzionale – risulti spesso semplice e limitato, il che lo porta a banalizzare contenuti complessi. Anche per lui la lettura di testi italiani e latini scritti in modo articolato potrebbe essere fin troppo ostica.
Scegliere un Papa sull’onda dell’emotività, senza tener conto anche di questo aspetto, può rivelarsi un’arma a doppio taglio, soprattutto nel lungo periodo. Non solo gli italiani, ma molti altri fedeli noterebbero le sue difficoltà. Col tempo, potrebbe instaurarsi un clima di incomunicabilità, e il Papa perderebbe incisività e autorevolezza. Per il nuovo Papa il rischio, tutt’altro che remoto, sarebbe quello di finire come Albino Luciani.
Tra i pochi stranieri in grado di reggere il confronto linguistico con Parolin e gli altri papabili italiani (o ispanofoni) ci sono Péter Erdő e Dominique Mamberti. Tuttavia, quest’ultimo attualmente ricopre il ruolo di protodiacono, il che rende la sua elezione meno probabile, nonostante abbia – forse più di altri nomi più blasonati – tutte le qualità per assumere il pontificato. Erdő, cardinale ungherese e figura di spicco della Conferenza episcopale europea, ha una formazione accademica solida e una competenza linguistica ampia, che gli consente di muoversi con agilità tra latino, italiano e altre lingue europee. È considerato un profilo dottrinalmente conservatore, soprattutto in ambito morale e liturgico. Tuttavia, dopo un pontificato segnato da nomine cardinalizie orientate verso posizioni più progressiste, è plausibile che il prossimo Papa, italiano o straniero, venga scelto come figura di equilibrio, una via di mezzo tra tradizione e riformismo, oppure come naturale continuatore della linea aperta da Bergoglio.
24 Aprile 2025
È morto il Papa del dialogo e della “tenerezza”. Era un barlume di luce in un mondo cupo
Il Papa argentino, venuto “dalla fine del mondo”, sapeva bene cosa significa essere “diversi” in un mondo che privilegia l’omologazione. La sua storia familiare lo ha avvicinato ai poveri, agli immigrati e a tutti coloro che incarnano l’unione costruttiva, ma anche le crudeli discriminazioni e le sottili contraddizioni di chi vive due culture diverse. La sua lunga e meticolosa formazione accademica — una Ratio studiorum di stampo gesuita e proseguita fino ai quarant’anni, pur senza culminare in un dottorato — lo ha abituato a uno studio rigoroso e imparziale, capace di evitare prese di parte e di riconoscere aspetti positivi e negativi in ogni contendente, senza decretare vincitori. Era un uomo che aveva fatto propri due principi semplici ma profondi: che la verità non è quasi mai tutta da una sola parte e che la virtù è quasi sempre nel mezzo. Una dote estremamente rara nel mondo manicheistico e polarizzato di oggi. Ecco perché piaceva - e molto - anche ad atei e agnostici, a persone stanche della guerra e abbastanza intelligenti da cogliere le squallide macchinazioni del potere, finalizzate a indottrinare le masse. Il suo rapporto con Israele è stato a lungo dibattuto, è vero, ma nonostante alcune sue affermazioni siano state oggetto di strumentalizzazioni, è riuscito a conquistare il rispetto di molti hilonim, che lo giudicavano un uomo saggio.
Ovviamente, non si può piacere a tutti, e proprio questo suo non essere incasellabile (e non controllabile) lo rendeva scomodo e odiato a una significativa parte della lobby vaticana, come avvenne per Albino Luciani. Ma a differenza del “Papa del sorriso”, Bergoglio era anche un uomo terribilmente scaltro, avvezzo a una concretezza analitica, trincerato nelle sicure mura di Santa Marta, e circondato da uomini e donne fidatissimi, strategie che gli hanno consentito di arrivare agli 88 anni e di bypassare il cianuro e la digitalina, pur avendo gli inevitabili acciacchi di chi ha subito una lobectomia. Nel 2021, quel suo: "Alcuni mi volevano morto, già preparavano il Conclave", la dice lunga su quanto fosse cosciente del nido di vipere che caratterizza un ambiente che è idilliaco solo in superficie.
Forse, anche per controbilanciare la sua politica estera pacifista, ha dovuto cedere – almeno in parte - sulla politica interna. In fondo, anche ai tempi di Videla agì nello stesso modo, facendo da ago della bilancia tra coloro che abbracciavano la teologia della liberazione e l’ala conservatrice. Poi era pur sempre un uomo degli anni ’30, e parte delle sue resistenze ideologiche e dei suoi anacronismi, come riguardo al sacerdozio femminile, saranno derivati anche da priorità e sensibilità diverse. Pur sostenendo una moderna visione ecologista, qua e là emergevano idiosincrasie nei confronti di chi antropomorfizza gli animali. Del resto, chiamare “figli” i propri cani e gatti è oggettivamente ridicolo, anche se pochi hanno il coraggio di dirlo, temendo di urtare la sensibilità di chi cela carenze affettive irrisolte. Certo, avrebbe potuto usare toni diplomatici per esprimere il suo dissenso, ma ogni tanto la sua pacatezza strategica, una dote tanto apprezzata in politica estera, lasciava il passo alle bizzarrie e agli slanci impulsivi di un ottuagenario.
Ma era proprio in quelle crepe, in quelle piccole sbavature emotive, che si intravedeva l’uomo dietro il pontefice: uno che non si nascondeva dietro la corazza del ruolo, e che metteva in gioco sé stesso, anche quando sbagliava. Indimenticabile, in questo senso, il celebre schiaffo alla fedele cinese troppo espansiva: un gesto umano che suscitò polemiche ma anche simpatia, soprattutto perché il Papa seppe chiedere scusa. Bergoglio era così: tanto flemmatico e imparziale per la politica estera quanto umanamente imperfetto per tutto il resto. Eppure, oltre alla parola “pace”, detta con quella inconfondibile pronuncia argentina, un altro leitmotiv dei suoi discorsi era “tenerezza”, e a suo modo tenero lo era, soprattutto in alcuni momenti, che non erano sempre pianificati come è lecito pensare, ma anche spontanei e imprevisti, perfino spiazzanti o suggestivi, come quando abbracciò un uomo sfigurato dalla neurofibromatosi o come quando si inginocchiò a pregare per la fine della pandemia in una San Pietro deserta. In quei frammenti sospesi, il ruolo lasciava spazio all’uomo, e l’uomo, alla fine, emozionava più del pontefice.
In tempi in cui l’omologazione sembra contare più dell’individualità, Bergoglio ha cercato di richiamare la Chiesa - e il mondo - a un’etica fondata non tanto sui dogmi religiosi quanto su una comune responsabilità verso l’essere umano. La sua visione dell’umano non era strettamente confessionale: promuoveva un’etica della cura che parlava anche a chi non crede, vicina all’idea laica di bene comune, capace di includere senza fare proselitismo. Il suo “nuovo umanesimo” si radicava nella dignità universale, nella fragilità condivisa, nell’idea che la tecnologia, il progresso, le istituzioni - persino la Chiesa - dovessero servire l’uomo, e non viceversa. Un umanesimo imperfetto, certo, ma innovativo, pionieristico, a suo modo audace, e capace di muoversi in territori fino ad allora mai esplorati (o quasi) dalla rigida diplomazia vaticana.
18 Febbraio 2024
Navalny: quanto può essere pericolosa l’ombra del martirio?
Che Navalny non fosse un “angelo” è noto ad ogni russo dotato di neuroni funzionanti. Per quanto l’essere eticamente immacolati non sia una qualità a cui si pensa quando ci si addentra nell’ambito politologico, è indubbio che alcune persone siano più colluse di altre col potere, e talvolta in modo pericoloso, per sé stesse e per la propria nazione. Navalny era sicuramente una di queste. La sua immagine da novello Solženicyn, opportunamente ripulita dalle scabrosità del passato, era diventata l’emblema dell’opposizione russa, il sogno di una promettente alternativa a Putin. Sì, ma solo in Occidente.
In Russia, dove la propaganda NATO arriva in modo sfumato o non arriva affatto, tutti erano al corrente dei suoi trascorsi in Alternativa Democratica, un movimento finanziato dalla National Endowment for Democracy (Congresso degli Stati Uniti d’America), e della sua partecipazione alle marce russe di matrice neonazista e suprematista. All’epoca in cui era dirigente di Narod, i deliranti discorsi in cui dipingeva i russi asiatici come scarafaggi da fucilare avevano messo in allarme tutti i popoli d’origine extraeuropea, dai russi islamici a quelli d’origine ebraica, dai russi xantoderma (mongoli e affini) ai numerosi immigrati georgiani e delle Repubbliche Stan. Biondo, alto e dai caratteri antropometrici nordici, somigliava più a un antico variago che a un tipico russo basso, brachicefalo e dagli zigomi prominenti, quelli che durante il Positivismo venivano chiamati “baltici”. Che si sia condizionato a causa del suo aspetto fisico o che abbia rispolverato il vecchio cliché degli occidentalisti contro gli slavofili, riadattandolo in chiave moderna e razzista, sta di fatto che nella sua visione politica l’idea della purezza razziale era centrale. I suoi ideali erano arcinoti in Israele, dove ogni tanto spuntavano sul Jerusalem Post articoli allarmanti, forse finanziati da Putin, ma la cui veridicità non è mai stata smentita del tutto. Che abbia brindato all’Olocausto, come ha scritto qualcuno, è tutto da dimostrare, ma i suoi scritti non rendono così difficile crederlo. In fondo, molte persone cambiano i propri ideali politici in gioventù ed è lecito maturare col tempo. Non di rado capita che si nasca in famiglie conservatrici che ti forgiano in modo negativo, per poi cambiare idea durante gli anni dell’Università. Ma Navalny queste cose le diceva e le scriveva quando era già trentenne, quando l’humus culturale di una persona dovrebbe essere già radicato e interiorizzato. A trentadue anni Navalny era ancora un razzista convinto, ed è un dato di fatto. Nessun georgiano lo negherebbe.
Eppure, nel giro di pochissimi anni c’è la svolta liberale e integrazionista. Da amico di penna del leader antisemita Aleksandr Belov inizia a rivolgersi a tutta la nazione. I suoi nemici non sono più i russi asiatici, ma la corruzione politica e il governo. Contemporaneamente i suoi legami con gli USA e con l’Occidente diventano sempre più stretti. Come molti potenziali cavalli di Troia, lega il suo nome al gotha del mondo accademico transatlantico. Ottiene un titolo post laurea a Yale e sua figlia è ammessa a Stanford, due Università dove nemmeno i madrelingua riescono ad accedere facilmente, figuriamoci stranieri dall’inglese non perfetto. Ma qualcosa inizia a trapelare e finisce sotto la lente dell’FSB. Nel luglio del 2020, la sua Fondazione Anti-corruzione (Фонд Борьбы с Коррупцией) viene chiusa dal governo russo, a causa dei contatti con James William Thomas Ford, indicato dai servizi segreti russi come agente dell'intelligence britannica MI6. Il video in cui il braccio destro di Navalny negozia i finanziamenti da ricevere dagli inglesi è tutt’oggi visibile (1).
Che fosse un tirapiedi della NATO o un folgorato sulla via di Damasco che aveva abbracciato solo con la maturità la visione panrussa, il suo passato ingombrante non ispirava fiducia a un popolo dove perfino molti caucasici hanno origini extraeuropee, basti pensare alle origini ebree e calmucche di Lenin. La verità è che, anche se Putin non avesse truccato le elezioni, i risultati elettorali non avrebbero mai premiato Navalny. I russi hanno sempre scrutato con orrore e sdegno chi tradisce la Patria e l’unità euroasiatica. Solženicyn fu sfruttato dagli americani in chiave anticomunista e dai russi durante la distensione; la sua figura divenne centrale grazie al Nobel. Eppure, i russi non gli perdonarono mai le sue simpatie vlasovite. Oggi è un appestato nel pantheon della letteratura ed è raro che i russi ne leggano le opere. Da Andrej Vlasov fino alle rivoluzioni colorate poco cambia… la paura più grande dei russi non è la plutocrazia o il capitalismo, ma la disgregazione territoriale. In molti temevano che se avesse vinto Navalny la Russia sarebbe stata frammentata, con una parte europea e xenofoba sotto l’egida NATO (USA) ed altre parti governate de facto dagli USA e dalla Cina.
Se la fine di Prigozhin era annunciata (troppo grande era stato lo smacco), in molti, riguardo a Navalny, credevano che il Novichok del 2020 sarebbe bastato. Tenerlo in un buco sperduto in Siberia era un monito più che sufficiente per un uomo che non costituiva un reale pericolo. D’altronde, perché ucciderlo se nessuno lo avrebbe votato? Quale insidia poteva mai costituire un uomo detestato da milioni di russi? Putin è sempre stato graniticamente fermo, ma anche logico, e la logica difficilmente contempla errori di valutazione. Eppure, bisogna ammettere che alcune forme d’odio assomigliano al desiderio, è impossibile smettere di pensarci. Quando questo accade, per quanto si sia logici, nessuno è immune dall’eccesso. Putin deve averlo odiato davvero tanto per arrivare a una decisione così azzardata, ma l’aura del martirio potrebbe scardinare l’equilibrio russo. Ovviamente non a livello politico, quanto a livello simbolico. Fino a che Navalny era prigioniero in uno sperduto gulag, ci si poteva discolpare dicendo che anche Assange era prigioniero da anni, ma ora che è morto cosa si dirà? Come si dimostrerà che un uomo di 47 anni è morto per cause naturali? Si può legittimamente dire che, da quando è iniziata la guerra, questa è stata la prima decisione irrazionale di Putin, e non è un avvenimento da sottovalutare. La NATO deve vedersela quasi quotidianamente con un leader, Biden, che confonde la Merkel con Kohl e l’Egitto con il Messico, ma fino ad ora la Russia era governata da un ingranaggio di ferma razionalità che nulla aveva da invidiare a Nepomnjaščij. Forse adesso la NATO incomincerà a prendere molto più seriamente anche le minacce nucleari di Medvedev.
1- https://www.youtube.com/watch?v=8a0BPmBSmrM
18 Gennaio 2024
TIM/KKR: quando il "Golden Power" non vale
Il settore della Cybersecurity occidentale è sempre più americanizzato
Il governo italiano, nonostante con il “Golden Power” possa
bloccare acquisizioni che ricadano nell’interesse nazionale (decreto legge
n.21/2012), non ha ritenuto opportuno impedire la cessione di NETCO (TIM) alla
statunitense KKR (Kohlberg Kravis Roberts). I francesi di Vivendi, primo
azionista TIM, hanno cercato di contrastare la cessione per mesi, ma non c’è
stato nulla da fare. Alle inevitabili critiche di chi teme una compromissione
della sovranità statale, il governo ribatte che “è un passo avanti, e si
delinea un quadro di supervisione strategica affidato allo Stato” … uno
specchietto per le allodole ai limiti della piaggeria, soprattutto se si pensa
che il consiglio d’amministrazione passerà da 15 a 9 componenti, che è
un’implicita ammissione di perdita di potere e di irrilevanza decisionale.
Ammesso che sia mai esistita una piena sovranità statale in
Europa, sembra evidente che con l’inasprirsi della nuova guerra fredda questa
sia sempre più in bilico. Ormai in molti Stati i governi vanno e vengono col ritmo delle stagioni e anche gli obiettivi geopolitici sono potenzialmente mutevoli;
questo è ancora più vero per Stati come l’Italia, non certo famosi per l’abnegazione
e la lealtà pattizia. Ecco, quindi, che il controllo della Cybersecurity
diventa l’asso nella manica del dominio statunitense. Chi controlla le
comunicazioni ha a disposizione un bacino di informazioni tutt’altro che
irrilevante, e il panorama è più o meno lo stesso in tutta Europa. In Spagna Sánchez
teme lo strapotere saudita e corre ai ripari comprando il 10% di Telefónica, ma
la statunitense BlackRock (4,98% del controllo) è lì che aspetta fiduciosa la
prossima crisi di governo o la prossima recessione. Nel frattempo, la pressione
psicologica aumenta e Larry Fink (Ceo BlackRock) tratta con albagia e
insofferenza il premier spagnolo. Il malcontento statunitense è palese: cosa
vorranno gli statunitensi per calmarsi un po’? Nel Regno Unito, invece, il
controllo è totale e Aws (Amazon) raccoglie su cloud computing il materiale
classificato dell’intelligence inglese. La Cybersecurity europea sta diventando
una propaggine degli USA.
1- https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/01/17/tim-il-governo-autorizza-la-cessione-della-rete-a-kkr_6be9ab53-2c3d-4c54-b1b3-ad37a35306b9.html
2- https://www.elconfidencialdigital.com/articulo/politica/sanchez-cita-urgencia-ceo-blackrock-calmarle-telefonica/20240116000000703390.html
20 Dicembre 2023
Non solo Vox: Partido Hispano de España
L'estrema destra spagnola e la crescente importanza dei votanti latinoamericani
In Spagna la quota di ispanoamericani comincia a rappresentare un cospicuo bottino di voti: un milione e mezzo di votanti. Molti di essi sono persone agiate fuggite dagli Stati socialisti in bancarotta, ed è facile intuire che in loro prevalga un senso di diffidenza e ostilità per la sinistra. Vox ne è cosciente e collabora sempre più spesso con movimenti di dissidenti venezuelani e cubani, fujimoristi del Perù e nostalgici del Peronismo. Ma in questo contesto frastagliato e mutevole, dove nulla è perfettamente prevedibile, si inseriscono altri partiti rossobruni che si dichiarano “né di destra e né di sinistra”, pur essendo vistosamente di destra. Questo è l’esempio del Partido Hispano de España, più un movimento politico che un vero e proprio partito.
Ad oggi è impossibile sapere con assoluta certezza se non sia una delle numerose emanazioni di Vox o se costituisca un movimento a sé. La scarsa copertura mediatica farebbe propendere per la seconda ipotesi, ma se fosse valida la prima congettura, questo gruppuscolo consentirebbe di far breccia nell’elettorato ispanico affrontando tematiche scabrose, senza intaccare l’immagine del maggiore partito di destra. Infiltrandosi sul loro canale Discord e chiedendo se sia possibile un’alleanza con Abascal, si ottiene una risposa evasiva; chi risponde sottolinea come al momento la priorità sia far presa sulla gente e diffondere le idee. Ed è vero, visto che il numero dei followers è esiguo. Insistendo sull’importanza di avere alleati, si viene a sapere che hanno già stretto alleanza con il Frente Nacional, un partito franchista ufficialmente sciolto nel 2011. Inoltre, hanno siglato un patto con il messicano URN (Union de Renovación Nacionalista) e con l’Asociación Estudiantil Hispanistas FEH. Ciò che si lasciano sfuggire sul Frente Nacional è interessante perché non era desumibile dai social. Naturalmente potrebbero aver mentito per ingraziarsi potenziali followers, ma potrebbe anche essere vero ed indicare che il Frente Nacional non è dissolto come molti credono e che almeno una parte di esso continua ad esistere, forse in modo clandestino. Del resto, già il primo Frente Nacional fu sciolto per debiti nel 1993 e da una sua costola se ne formò un altro una decina di anni dopo. Riguardo alle altre alleanze, erano già abbondantemente propagandate sui loro social e, analizzando i likes di Twitter/X e i profili che seguono, si comprende che hanno legami con diversi movimenti panispanici. Tra i profili che seguono saltano all’occhio Uruguayhispanista, Reunificacionista hispanista e altri profili clone che non è escluso siano riconducibili alla stessa persona.
L’irrealizzabile idea di rifondare un impero spagnolo o almeno qualcosa di simile, soprattutto a livello di soft power, è palese, e non mancano nostalgie per una Florida hispanica, ma gli statunitensi di certo non li accoglierebbero a braccia aperte. Nonostante ciò, l’idea dell’impero riemerge spesso nella loro adorazione per Carlo V e Filippo II. In diversi post si fa riferimento alle Leyes Nuevas o ai libri che confutano la leyenda negra e lo schiavismo seguito alla scoperta dell’America, una scelta logica se si vuol far presa su gente che spesso discende da criollos e indios. Se gli si chiede qual è la loro posizione ufficiale sugli ebrei, considerando la famigerata limpieza de sangre dell’età moderna, replicano che: “Se questi ebrei o israeliani non commettono alcun reato e sono normali lavoratori come qualsiasi spagnolo, possono restare come qualunque immigrato. La nostra idea è di non dover sostenere criminali di altri paesi perché la Spagna ne ha già abbastanza”. All’apparenza non sembrerebbero antisemiti, peccato che i pochi ebrei spagnoli siano a tutti gli effetti cittadini spagnoli, pur discendendo dagli xuetes di Maiorca e dagli ebrei che hanno ottenuto la cittadinanza dopo aver dimostrato di discendere dai sefarditi costretti a fuggire. Invece, a giudicare dalla risposta, sono considerati come elementi allogeni da trattare in modo paternalistico. Inoltre, è indicativo che gli ebrei sono equiparati agli israeliani. Chi risponde non ha fatto alcuna distinzione tra i due gruppi.
Un altro leitmotiv di questo partito è il sogno di riconquistare Gibilterra e la ferma intenzione di difendere le enclave di Ceuta e Melilla, e per farlo – ovviamente - è necessario investire di più nella Difesa. Come tutti i partiti di estrema destra, cercano di far breccia nel cuore dei militari, un passo obbligato per chi ha velleità imperialistiche. Però per adesso sembra che l’amore sia unidirezionale. Su Twitter/X seguono la pagina delle Forze Armate, ma nessun militare, almeno a livello ufficiale, li segue. Seguono anche Asociación Unión de Brigadas, che combatte l’indipendentismo, e in questo sono allineati a tutti i partiti di estrema destra che osteggiano l’intesa tra Sanchez e gli indipendentisti catalani di Puigdemont. Ciò che li distingue dagli altri partiti di destra, come per tutti i rossobruni che derivano dallo strasserismo, è l’enfasi posta sulla rivoluzione sociale anticapitalista e la dignità dei lavoratori. Questo approccio potrebbe essere mirato a catturare l'attenzione dei sudamericani poveri e dei giovani spagnoli, facendo leva sulle crescenti difficoltà economiche.
1- https://linktr.ee/partido_hispano_esp
29 Novembre 2023
Morte di Kissinger: De mortuis nihil nisi bonum?
L'ex Segretario di Stato statunitense, Henry Kissinger, è morto, portando con sé l'ingombrante ridda di voci sull'Operazione Condor e l'Operazione Colombo, sui vuelos de la muerte e i desaparecidos, sui misteriosi omicidi di Aldo Moro e Olof Palme. Nella migliore delle ipotesi sulla sua coscienza c'erano 60.000 morti, nella peggiore decine di migliaia in più. Molti di essi non erano pericolosi militanti, ma uomini e donne comuni, civili che propagandavano i loro ideali con la retorica e l'impegno civico, non certo con i mortai e i kalashnikov. Le sue decisioni politiche hanno causato una lunga scia di vedove, orfani e figli strappati alle proprie famiglie. Un fardello etico non da poco, che tuttavia non gli ha impedito di mangiare, di dormire e di raggiungere - apparentemente senza alcun senso di colpa - il secolo di vita, come i tanti nazisti nonagenari e centenari che hanno lavorato nei lager.
Figura quasi oracolare e incensata dalla stampa atlantista come un deus ex machina d'oltreoceano - sebbene sia facile esserlo quando si rappresenta lo Stato più potente del mondo - i suoi libri erano elogiati per la complessità bizantina e la cinica arguzia della Realpolitik, ma chi li ha letti (come me) ravvisa uno stile troppo diverso per non pensare a un'intera equipe di ghostwriters. Charles Hill ha fatto la sua fortuna così, ma altri non sono mai saliti agli onori delle cronache.
Si dice che odiasse a tal punto i militari da aver detto: "I militari sono stupidi animali muti da utilizzare solo come pedine in politica estera", eppure è difficile considerare lui stesso un civile piuttosto che un prodotto della CIA o dell'FBI. La sua perfetta conoscenza del tedesco è stata utile agli USA durante la seconda guerra mondiale ed è più che probabile che, come altri reduci, sia stato ricompensato con un lavoro nella Difesa, tantopiù che chi conosce quel mondo sa che i "finti civili" non sono affatto inconsueti e costituiscono una logica e diffusa ramificazione del comparto. Harvard, che gli ha rilasciato diversi titoli accademici, è molto vicina alla CIA e non di rado ha "facilitato" il percorso di studi dei militari sotto copertura (1). La sua tesi di Dottorato era incentrata su Metternich, un personaggio gettonato dagli ambienti militari dell'epoca. Anche lo storico Mack Walker studiò Metternich più o meno negli stessi anni, anche lui si formò ad Harvard ed anche lui aveva un importante passato nella Difesa (2). Ora, il confine fra essere militari e un "prodotto" dell'humus militare può essere sfumato o marcato, e può perfino variare nel tempo, a seconda del ruolo che si ricopre, a seconda di ciò che si sa e di quanto siano in alto i propri agganci. Alcuni collaboratori nemmeno si renderanno conto di far parte di un ingranaggio più grande o di essere manovrati, molti fingeranno di non capirlo. Pertanto è possibile che col trascorrere del tempo parecchi ex soldati si siano convinti di essere semplici civili e magari abbiano raggiunto un certo grado di autonomia e libertà accademica, ma è difficile che questo sia il caso di Kissinger, che perseguiva con grande abnegazione la repressione maccartista. Il suo operato era l'emblema di una dedizione alla causa che non conosce tentennamenti o dubbi, un'ideale manicheo che non ammette le infinite sfumature del grigio, che - in definitiva - non ha nulla della naturale imparzialità del mondo accademico, ma che è tipica delle spie.
I Kissinger cables e ulteriori leaks ci restituiscono l'immagine poco lusinghiera di un uomo che odiava in modo viscerale, quasi patologico, ogni comunista e socialista di questo mondo, che definiva "tafano" il Primo Ministro svedese, salvo poi elogiarlo quando "qualcuno" lo uccise. Ipocrisia? Innocua scelta diplomatica? Resta il fatto che, nonostante l'auspicio di processi mai avvenuti, invocati nel modo timido e sommesso di chi sa che l'accusato è e sarà sempre un intoccabile, nessuno gli ha mai chiesto chi ci fosse dietro la Sveaborg, e lo stesso vale per le altre organizzazioni paramilitari europee dell'Operazione Gladio (3). Finalmente gli ultimi meschini panegirici sono stati pronunciati e cala il sipario su un uomo che per molti ebrei è stato una vergogna, e per molti altri è stato un impunito criminale di guerra.
1- https://www.insidehighered.com/news/2017/10/03/%E2%80%98spy-schools-how-cia-fbi-and-foreign-intelligence-secretly-exploit-america%E2%80%99s
2- https://www.historians.org/research-and-publications/perspectives-on-history/may-2021/mack-walker-(1929%E2%80%932021)
3- https://www.flamman.se/tyst-terror/
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