ATTACCO ALL'IRAN TRA TRIONFALISMI VELLEITARI E ISTERESI NEGATIVE

LE POSSIBILI CONSEGUENZE DI UN'AZIONE AZZARDATA

Se dovessimo applicare il concetto di isteresi economica alla situazione geopolitica legata all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran, noteremmo che uno shock militare non produce soltanto effetti immediati e visibili, ma si riverbera sui comportamenti degli Stati anche quando la crisi si attenua. In altre parole, il sistema internazionale non torna semplicemente allo stato precedente: cambia struttura in modo drastico e, talvolta, controintuitivo.

Questo vale, ovviamente, anche per la regione MENA, dove, in futuro, diversi Stati potrebbero riconsiderare la loro fiducia nelle garanzie di sicurezza occidentali, rafforzando le proprie capacità militari e/o cercando nuove forme di cooperazione regionale con i cino-russi. Se questa linea d’azione dovesse affermarsi, gli sforzi compiuti finora dagli apparati d’intelligence israelo-statunitensi diverrebbero carta straccia, e l’intera area sarebbe una sorta di mega zona cuscinetto in cui è quasi impossibile imporsi sull’altra macroarea. 

Ad oggi, la reazione dei diversi leader mediorientali, come ci si potrebbe aspettare, è stata piuttosto diplomatica e attendista. Non sono mancati moniti contro l’Iran, opportunamente diffusi ed enfatizzati per non deludere il proprio popolo, ma, allo stesso tempo, i leader del Golfo e della Turchia hanno più volte invocato una de-escalation. Finché gli europei sosterranno i partner regionali con radar, mezzi navali e supporto logistico, la situazione non muterà, ma cosa accadrà se la guerra non “finirà presto” come ha detto Trump? Cosa accadrà se Dubai, Doha, Riad, Salalah continueranno ad essere colpite, magari per mesi? Gli europei, già afflitti da una crisi economica di lunga durata e alle prese con rilevanti donazioni all’Ucraina, continuerebbero ad assicurare l’utilizzo del SAMP/T, degli Eurofighter Typhoon e dei Dassault Rafale? 

Nonostante i diktat statunitensi, è difficile credere che il sostegno europeo possa aumentare in modo significativo. Dopo i primi attacchi alle basi occidentali, alcuni contingenti hanno già iniziato a rientrare in Patria, come nel caso degli italiani di Erbil. Se il conflitto dovesse protrarsi, è probabile che il contributo europeo rimanga limitato e prevalentemente difensivo, concentrandosi su sorveglianza radar, pattugliamenti navali e protezione delle rotte energetiche, senza trasformarsi in un coinvolgimento diretto nelle operazioni. Del resto, il popolo europeo è sempre più stanco di guerre e tagli alla spesa sociale.

Inoltre, se gli europei fossero costretti a partecipare direttamente alla guerra, a causa di uno stallo prolungato e delle pressioni di Trump, Israele dovrebbe affrontare una complessa questione strategica. L’interazione forzata nonché la condivisione di informazioni sensibili con contingenti in cui persistono rilevanti fenomeni di antisemitismo è un rischio concreto e difficilmente risolvibile. In Germania e in Italia, nonostante una comunicazione istituzionale volta a minimizzare il fenomeno, sono emersi diversi casi di militari coinvolti in ambienti neonazisti (1-2). Sebbene questi episodi non vengano mai trattati dalla stampa in modo esaustivo, sono comunque adeguatamente registrati e catalogati dal Mossad, dal Ministero della Diaspora e dall’Aman. In Italia, per esempio, alcune inchieste hanno rivelato militari che manifestano un odio viscerale verso gli ebrei (anche italkim), arrivando ad auspicarne l’esclusione dalle università. Episodi simili si verificano in quasi tutto il continente, ed è anche per questo che Israele ha scelto di attaccare l’Iran senza avvisare gli Stati europei: è molto difficile fidarsi. Il pericolo concreto è che operazioni pianificate dopo anni di estenuante lavoro possano essere irrimediabilmente compromesse da fughe di notizie o condotte inadeguate da parte di soggetti ostili, con un impatto potenzialmente devastante sulla sicurezza delle missioni, degli israeliani e degli alleati statunitensi.                              

Ritornando alle isteresi negative, anche l’Iran potrebbe reagire ad un conflitto di lunga durata orientando la propria strategia verso una deterrenza più aggressiva. E in effetti questa linea programmatica è già realtà, basti pensare allo stretto di Hormuz

La strategia iraniana, tuttavia, non consiste necessariamente nel chiudere formalmente questo passaggio – una scelta che danneggerebbe anche la propria economia e quella degli alleati – quanto piuttosto nel mantenere una minaccia credibile e permanente, perfino aleatoria, una minaccia che finora resta abbastanza vaga da seminare il panico. Del resto, anche operazioni limitate o semplici segnali di rischio possono essere sufficienti a paralizzare il traffico commerciale e a far crescere rapidamente i costi assicurativi per gli armatori. Diversi articoli segnalano il passaggio di petroliere dirette in India, evidentemente per non interrompere del tutto i flussi energetici verso Stati più neutrali (3).

Guardando Vesselfinder, si nota che la situazione continua ad essere grosso modo questa. Ad esempio, lunedì 16 marzo, la nave SAVONA, una nave cisterna per prodotti raffinati di 4.809 tonnellate battente bandiera di Curacao (Paesi Bassi) e di proprietà cinese tramite Anchorline Marine Consultants, era ferma all’ancora negli Emirati Arabi Uniti, trasmettendo regolarmente la propria posizione tramite AIS (Automatic Identification System), con velocità pari a 0,1 nodi e destinazione non comunicata. La permanenza prolungata in rada evidenzia una strategia di attesa sicura, facendo affidamento sull’efficacia dei negoziati segreti. Difatti, da quando è iniziato il conflitto, alcune navi aspettano 12–48 ore, altre giorni, mentre altre hanno deciso di deviare la propria rotta.

Comunque, la minaccia di fare arrivare un barile di petrolio a 200 dollari non sembra uno spauracchio da smargiassi e gli statunitensi iniziano a temere conseguenze ben più gravi di quanto siano disposti ad ammettere. Trump continua a implorare e a minacciare che lo si aiuti, salvo poi fare marcia indietro quando prende atto della netta contrarierà degli europei. E a conferma del crescente isolamento statunitense, anche Australia e Giappone hanno respinto l’invito a inviare navi da guerra. Parallelamente, Trump ha cercato di coinvolgere la Cina, sottolineando la necessità di riaprire il passaggio prima del summit con Xi Jinping, originariamente previsto tra fine marzo e inizio aprile 2026. Tuttavia, la Cina è meno esposta al blocco dello stretto: negli ultimi due decenni, Pechino ha diversificato le proprie fonti energetiche, accumulando riserve strategiche per almeno 3-4 mesi e riducendo la dipendenza dai flussi marittimi attraverso Hormuz. L’invio di navi cinesi appare quindi quanto mai improbabile. Anche se la nave Savona, come altre navi riconducibili alla Cina, continua a restare immobile, è più che probabile che prima o poi i cinesi giungano ad un accordo, anche parziale. Senza contare che il blocco delle navi è in parte attenuato; lo si aggira ricorrendo al cosiddetto “going dark”, disattivando i sistemi AIS per non essere tracciati, e corrompendo i burocrati del posto. Più che una chiusura formale, Hormuz sembra così trasformarsi in un'enigmatica zona grigia, in una sorta di pedaggio non dichiarato che, in modo indiretto, foraggia le casse dei pasdaran.

In questo contesto, quindi, la strategia iraniana combina deterrenza selettiva e pressione geopolitica, basandosi su uno stato di instabilità controllata. Questo approccio consente a Teheran di consolidare la legittimazione interna dei gruppi ideologicamente intransigenti e di inviare un messaggio chiaro ai potenziali avversari: qualsiasi azione militare contro l’Iran comporterebbe conseguenze economiche e strategiche immediate e imprevedibili.

Riguardo al tanto discusso “regime change”, gli USA sembrano essersi impelagati in una dinamica più complessa del previsto. Trump ha più volte criticato la nuova leadership iraniana, sottolineandone la supposta inadeguatezza. Tuttavia, anche le possibili alternative sostenute (o quantomeno considerate) dagli ambienti occidentali sollevano interrogativi per nulla banali. L’erede dello Shah, spesso evocato come figura di riferimento per il post-regime, ha mostrato una certa vulnerabilità sul piano strategico e comunicativo, arrivando a farsi coinvolgere in uno scherzo orchestrato da due famosi comici russi, che si erano presentati come interlocutori tedeschi. E non si è insospettito nemmeno quando uno dei due si è presentato con i baffetti alla Hitler, dichiarando di chiamarsi Adolf. Un episodio apparentemente marginale, ma che evidenzia una fragilità non secondaria: la difficoltà di filtrare interlocutori affidabili e di muoversi con la necessaria prudenza. A questo punto è lecito chiedersi se Washington stia effettivamente informando e monitorando/proteggendo in modo efficace il proprio potenziale uomo chiave. Se, come sembra, ciò non avviene in maniera sistematica, resta aperto un interrogativo cruciale: quanto potrebbe durare un eventuale governo guidato da Pahlavi in un contesto così ostile? 

Tra l’altro, è bene ricordare che l’Iran non è il Venezuela. Il paragone, spesso evocato, è fuorviante perché i due sistemi politici si muovono entro orizzonti storico-culturali radicalmente diversi. Nel caso venezuelano, anche nelle sue derive più radicali, il conflitto politico resta nell’alveo di una tradizione istituzionale riconducibile ai modelli occidentali, dove l’alternanza – per quanto conflittuale – rimane concepibile e non ostativa per il progresso umano. Il peggio che possa accadere al Venezuela è diventare uno Stato marxista-leninista stricto sensu, un regime autoritario, certo, ma non estraneo all’eredità occidentale.

Per l’Iran, invece, le alternative interne oscillano tra diverse interpretazioni dell’islam politico – più o meno pragmatiche o più o meno radicali – ma che difficilmente possono tradursi in una transizione lineare verso un mero modello liberale/occidentale. C’è un vincolo stringente che ci impedisce di uniformare i due Stati: i venezuelani sono in larga parte cattolici o atei, gli iraniani sono cripto-atei o islamici, e una percentuale non trascurabile è composta da islamici integralisti. Qualsiasi esperimento sociale o politico deve necessariamente fare i conti con questa differenza. 





FONTI:

1- https://taz.de/Bundeswehrskandal-in-Zweibruecken/!6141859/

2- https://www.lastampa.it/torino/2026/03/07/news/militari_soldati_circolo_neonazista_edoras-15535040/

3- https://www.reuters.com/world/india/iran-has-allowed-some-indian-vessels-pass-strait-hormuz-envoy-says-2026-03-14/?utm





Comments

Popular posts from this blog