IRAN: ANATOMIA DI UNA VULNERABILITÀ TRA OROGRAFIA E TATTICHE BELLICHE
Il recente attacco israeliano nel cuore del territorio iraniano non ha rappresentato solo un notevole successo strategico, ma anche un colpo difficile da dimenticare, inferto a un sistema di difesa che si presumeva meno vulnerabile. Per diverse ore, le catene di comando iraniane sono rimaste nel caos totale, e i radar non le hanno aiutate. Per comprendere come sia stato possibile, bisogna analizzare la connessione di due fattori: la geografia fisica e la copertura radar.
L’Iran è un paese grande, contraddistinto da una complessa struttura orografica in cui abbondano deserti, altipiani e montagne. Se da un lato questa morfologia è utile alla mimetizzazione e alla protezione delle installazioni militari (ed anche a tenere la popolazione civile opportunamente lontana), è però un incubo per i radar, dal momento che genera “ombre orografiche”, ossia porzioni di territorio che risultano schermate rispetto alla linea di vista radar. Un radar a terra, anche se posizionato su un rilievo, ha un orizzonte limitato, solitamente tra 30 e 50 km a bassa quota, a causa della curvatura terrestre e dei rilievi. Ne deriva una copertura a mosaico, piena di “corridoi ciechi”, soprattutto nelle zone tra Yazd, Kerman e Semnan, che un avversario ben informato può attraversare senza grossi pericoli, volando a bassissima quota. Israele, uno Stato in cui non mancano i geologi e gli esperti GIS, avrà sicuramente pianificato le rotte d’ingresso in funzione delle ombre radar, ed ha avuto molti anni per poterlo fare con una certa accuratezza.
L’Iran, inoltre, almeno dal 2009, non possiede gli indispensabili AWACS, piattaforme di allerta precoce che possono andare al di là dei limiti del terreno, seguendo bersagli aerei a centinaia di chilometri di distanza grazie alla loro posizione elevata. Durante la Guerra del Golfo del ‘91, alcuni Il 76 dotati del sistema radar Adnan (una versione irachena dell’A 50 sovietico con radar francese TRS 2105) furono dislocati in Iran, ma questi aerei avevano problemi strutturali di difficile risoluzione e venivano utilizzati, in massima parte, per parate propagandistiche (1). L’Iran ha anche cercato di riconvertire Boeing 707 usati come piattaforme radar/rifornimento, ma l’intelligence israeliana sapeva che non erano operativi. Ulteriori progetti come il “T 200 AEW&C” erano concept fatti trapelare su Reddit, molto probabilmente a scopo intimidatorio o come deterrente strategico (2).
Ovviamente, pur avendo questo significativo gap, gli iraniani potrebbero cercare di ovviare al problema dei “corridoi ciechi” grazie ai satelliti, ma il loro apparato ingegneristico, seppur propagandato in modo massiccio, non ha autentiche capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance). I satelliti militari di Teheran sono rari, a orbita bassa, con capacità di imaging limitate (spesso inferiori ai 10 metri/pixel) e assenza di trasmissione dati in tempo reale. Non sono in grado di offrire un quadro situazionale costante come i satelliti israeliani o statunitensi.
Certo, in teoria, Teheran potrebbe avvalersi dei satelliti di Mosca, Pechino o Pyongyang. Ma chi conosce gli equilibri reali sa che questo asse non regge il confronto con l’alleanza strutturale tra Washington e Tel Aviv. La Russia, pur grata all’Iran per i droni che sorvolano l’Ucraina, non intende distruggere i suoi canali diplomatici con Israele. Un aiuto diretto e plateale a Teheran trasformerebbe Mosca in un bersaglio annunciato: fornirebbe a Washington il casus belli retorico per infrangere ogni velleità di appeasement, anche sul fronte ucraino. Sebbene Trump sembri meno ostile verso Putin, nessuno stratega russo si fiderebbe di lui in modo cieco ed assoluto, tanto più che si è pienamente coscienti di quanto l’establishment militare statunitense caldeggi una linea dura e inflessibile verso Russia e Cina. Ormai è del tutto evidente che perfino ipotesi nefaste, come la terza guerra mondiale o una guerra su più fronti, non scoraggiano i generali statunitensi.
La Repubblica Popolare Cinese, notoriamente prudente e razionale, ha scelto per il Medio Oriente la penetrazione silenziosa: mira a scalzare gli Stati Uniti non con le armi, ma con la grammatica sottile della soft law, fatta di investimenti, neutralità apparente e assenza di mosse troppo compromettenti, mosse facilmente strumentalizzabili dal nemico. In questo schema, Teheran è un alleato tattico, ma mai strategico, soprattutto nel lungo periodo.
Il supporto russo e cinese, dunque, si limita alla fornitura di tecnologie di base, non all’accesso a sistemi di sorveglianza satellitare avanzati e a dati in tempo reale. Come già detto, se Russia o Cina fornissero all’Iran un accesso diretto ai satelliti spia, sarebbe estremamente rischioso dal punto di vista geopolitico. La condivisione di dati militari satellitari non è un’operazione facile da nascondere: richiede frequenti comunicazioni, scambi di segnali e spesso anche infrastrutture a terra (stazioni di controllo) visibili. Gli israeliani e gli statunitensi lo noterebbero. È più probabile che Russia e Cina abbiano fornito all’Iran consulenze e know-how di nicchia, per migliorare le capacità spaziali e missilistiche, magari anche qualche satellite “civile” che può essere usato in modo duale (civile e militare). La Corea del Nord, poi, sebbene sia spesso ai ferri corti con Israele, ha capacità spaziali molto limitate, e il suo supporto sarebbe soprattutto in termini di scambio tecnologico missilistico più che satellitare.
Ma c’è di più: in uno scenario di guerra cognitiva, l’informazione è già parte dell’offensiva. Non è inverosimile ipotizzare che Israele, forte della sua supremazia nel campo della guerra elettronica, possa implementare sofisticate operazioni di spoofing satellitare, simulando falsi dati di movimento, alterando le coordinate geografiche in downlink o introducendo segnali ingannevoli nelle trasmissioni di ritorno. Anche le reti satellitari a bassa orbita, se insufficientemente criptate, possono essere soggette ad attacchi MITM (Man-in-the-Middle), con sostituzione parziale o totale del pacchetto telemetrico originale.
POSSIBILI CONSEGUENZE NEGATIVE
Tuttavia, non tutto è così univocamente favorevole a Israele e ai suoi storici alleati. Se da un lato Teheran ha subito un colpo durissimo e difficile da dimenticare, dall’altro ha già iniziato a rispondere, lanciando missili e droni. Numerosi israeliani stanno morendo, anche bambini. L’odierno attacco statunitense contro le infrastrutture nucleari rischia, inoltre, di innescare conseguenze collaterali ancora più gravi: contaminazione ambientale (dell’intero M.O.), danni sanitari difficili da quantificare e, soprattutto, una reazione iraniana più sistemica, che potrebbe accendere lo spettro di una guerra regionale, se non addirittura globale. In uno scenario d’escalation incontrollata, anche una perdita di “soli” 10.000 cittadini israeliani ebrei, ipotesi non campata in aria se si immagina un conflitto prolungato con Teheran e i suoi proxies, rappresenterebbe uno shock esistenziale per lo Stato, equivalente allo 0,13 % della popolazione ebraica israeliana, una cifra dirompente sul piano psicologico e strategico. La diaspora ebraica, sebbene fondamentale per il sostegno militare, finanziario e diplomatico, non potrebbe colmare un simile vuoto demografico, anche perché il suo ruolo è, da sempre, quello di sostenere Israele restando all’estero, almeno finché lo Stato non avrà raggiunto una stabilità incontrovertibile.
Quanto all’ipotesi di un “regime change”, auspicata da alcuni ambienti occidentali e naturalmente dall’erede dello Shah, essa non offre abbastanza garanzie di stabilità. Molti riformisti sono ormai in esilio e non è affatto detto che il post-teocrazia sia meno pericoloso per l’Occidente. Al contrario, l’emergere di un vuoto di potere potrebbe spalancare la porta a entità ancora più radicali, o a un nazionalismo anarchico difficilmente governabile. Le donne di Teheran, oggi, studiano e lavorano nonostante il velo. In futuro, con uno Stato centrale ancora più estremista, potrebbero fare la fine delle afghane.
Se il potere centrale dovesse crollare, l’Iran rischierebbe una frammentazione lungo linee etniche e confessionali, aprendo la strada a una vera e propria balcanizzazione del paese. In quest’ottica, gruppi estremisti come Jaish al-Adl (attivo nel Sistan e Baluchistan) o cellule jihadiste transfrontaliere legate ad al-Qaeda potrebbero tentare di ritagliarsi zone di influenza. L’ex teocrazia rischierebbe così di mutare in un arcipelago di enclave ostili e cani sciolti.
RIFERIMENTI:
1- https://en.defence-ua.com/events/how_iran_got_awacs_from_iraq_and_why_those_jets_were_not_used_against_israel-14888.html
2- https://www.reddit.com/r/worldpowers/comments/kdn3rp/techiran_t100_transport_aircraft_and_t200_aewc/

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