ISRAELE E HAMAS, ESCALATION GLOBALE O ENNESIMA RIDEFINIZIONE TERRITORIALE?
LUCI E OMBRE DELLA DIFESA ISRAELIANA TRA SETE DI VENDETTA E CALCOLI STRATEGICI

Chi dice che l'attacco del Simchat Torah del 2023 fosse del tutto inaspettato o non è abbastanza edotto sulla politica israeliana o mente sapendo di mentire. Segnali di una ipotetica recrudescenza c'erano stati eccome, ed era chiaro a tutti gli ebrei del mondo che il fianco sud fosse il ventre molle d'Israele. La zona col deserto del Negev è quella più scarsamente abitata e, da diverso tempo, è anche quella meno pattugliata. Da anni i cittadini di Ashkelon, Ashdod e Sderot sono diventati il tiro al bersaglio di gruppi armati. Svegliarsi a giorni alterni col sibilo dei razzi sulla testa, sperando che l'Iron Dome faccia bene il proprio compito, non è certo piacevole. Ma i razzi non arrivavano solo lì, colpivano perfino Arad, Holon, Tel Aviv e Palmachim, zona strategica per l'aeronautica israeliana. Alcuni razzi sono arrivati addirittura a Gerusalemme e Nazareth (dove abitano numerosi palestinesi) e nell'estremo nord, ad Haifa e Acri… migliaia e migliaia di missili ad ogni ora del giorno e della notte. Evidentemente, anche se il popolo palestinese si lamenta del mancato accesso ai beni di prima necessità, è governato da gente che riesce a far giungere con una certa facilità tecnologia abbastanza potente da colpire obiettivi a oltre 160 km di distanza. 


CRITICITÀ  PRODROMICHE
Un grande attacco, quindi, non era questione di se, ma di quando, e questo quando, conoscendo il modus operandi di Hamas, sarebbe stato durante lo shabbat, nelle ore in cui Israele è più vulnerabile. Da anni le forze armate israeliane sono diventate meno laiche e più legate all'ortodossia religiosa. Oggi è piuttosto comune scorgere soldati col tefillin, intenti a pregare. 
L'artefice di questa progressiva commistione fra religione e difesa per alcuni è Moshe Ya'alon, generale ed ex Ministro della Difesa (2013-2016), ma come spesso accade la ragione è attribuibile a molti fattori. Gli USA e diversi Stati occidentali pagano lautamente gli israeliani in possesso di competenze informatiche, ingegneristiche e operative. Vuoi perché è utile avere un piano B in un altro Stato, vuoi per gli stipendi più alti, moltissimi aschenaziti, sefarditi e italkim laici sono emigrati altrove, anche solo per un breve periodo, lasciando pericolosamente scoperto il settore cyber. Il Ministero della Difesa li ha rimpiazzati con israeliani d'origine palestinese e di fede islamica. Per controbilanciare la loro presenza (e monitorarli), sono state scelte numerose donne aschenazite ortodosse, che, dopo corsi accelerati d'informatica, hanno iniziato a lavorare fianco a fianco con cittadini d'origine araba. La presenza di personale ortodosso è stata utile, certo, ma, come per tutti i civili e i militari ultraortodossi, la notevole fede religiosa ha - almeno in parte - limitato la loro operatività. Un conto è consumare solo cibo kosher, un altro conto è non lavorare mai il sabato o sperare che i fili eruv siano abbastanza numerosi da aggirare il divieto halachico (1). Non sono mancati atti di eroismo e dedizione da parte di rabbini militari che durante lo shabbat si sono imbattuti in palestinesi che si apprestavano ad attaccare un avamposto militare (2), ma cosa sarebbe successo se questi estremisti si fossero appostati molto al di là dell'eruv? I militari ultraortodossi li avrebbero notati? E se qualcuno avesse tagliato i fili dell'eruv, come è successo diverse volte? 
Spesso questi fili sono tagliati dagli ebrei laici, che malvedono il dilagare delle imposizioni religiose, ma un palestinese che volesse sferrare un attacco ad un avamposto militare durante lo shabbat, potrebbe farlo senza grandi problemi, e il vantaggio tattico non sarebbe trascurabile. Un terzo delle truppe sarebbe del tutto inutilizzabile. Comunque, la situazione con i vicini, come da almeno 3000 anni a questa parte, non era delle più rosee e occorrevano molti soldati per difendere il territorio. Arruolare ortodossi e ultraortodossi (haredim con sottogruppi chassidici e perfino ex satmar) era la scelta più logica, tanto più che in Israele il servizio militare è obbligatorio per gli uomini delle minoranze druse, circasse e samaritane. Questi ultimi, poi, vengono sistematicamente arruolati, nonostante a volte parteggino per i palestinesi, basti pensare a Nader Sadakah, un leader samaritano dell'FPLP. Se ne deduce che arruolare militari ebrei "puri", ultraortodossi o ortodossi, avrebbe comportato delle difficoltà organizzative, e - ovviamente - anche maggiori frizioni con le donne e con la minoranza palestinese, ma non avrebbe messo a repentaglio le notizie classificate e la sicurezza statale.

Altre criticità che hanno consentito un attacco di questa portata sono attribuibili, come è stato fatto notare da tanti analisti, alla semplice ma geniale pianificazione di Hamas, con la scelta di non utilizzare computer, cellulari e conti correnti, a scapito di messaggi cartacei, vecchi telefoni e criptovalute (escamotage in voga tra le cosche mafiose), con l'utilizzo di deltaplani e decine di veicoli camuffati da macchine della polizia israeliana (3). Ma già nel 2014 si parlò di militanti di Hamas addestrati al parapendio in Malesia (4). La strategia adottata dai terroristi non è affatto una novità ed era difficile impedirne sul nascere l'attuazione, proprio perché si avvaleva di tecniche primitive, non monitorabili dall'I.A. e dai sistemi tecnologici. Ciò che è mancato ad Israele è un efficace sistema di infiltrazione in ottica preventiva (più mizrahi a Gaza) e, soprattutto, una adeguata protezione dei civili. Oggi iniziano a essere sempre più usati i fitness trackers e gli smart rings col GPS; vi sono perfino modelli indistinguibili dalle fedi nuziali. In caso di rapimento, dotare di questi oggetti una congrua percentuale di civili che abita nei kibbutz del deserto del Golan potrebbe essere un investimento utile. Un altro fattore problematico è legato all'accesso dei volontari alle planimetrie dei kibbutz e alla pubblicazione sui social di informazioni importanti per la vita dei coloni. Visto che nel mondo occidentale iniziano ad esserci perfino ebrei che giustificano gli uomini di Hamas, considerandoli semplici guerriglieri che si battono per la libertà, sarebbe opportuno valutare con maggiore prudenza e oculatezza l'ingresso dei volontari nei kibbutz e la conseguente condivisione di notizie riservate.



MOLEDET E NAKAM, PATRIA E VENDETTA 

La Bibbia trabocca di frasi non certo benevole come: "Saranno trafitti dalla spada, diventeranno pezzi di carne per le volpi" (5), e in origine Yahweh era più affine a Baal che alla divinità pacifica a cui gli europei sono abituati a pensare. Pur essendo un popolo incline alla logica, in cui lo studio e la ricerca rivestono un ruolo preponderante, gli ebrei e gli israeliani hanno un grande senso dell'onore e dell'orgoglio nazionale, che implica - per forza di cose - la vendetta, soprattutto qualora l'onta sia grande e non vi siano mezzi razionali per venirne fuori. 
Una parte di questa "sospensione della razionalità" a scapito della cieca violenza è dovuta all'idea del "Cherem", l'anatema di dio che imponeva l'uccisione dei nemici, ma anche gli ebrei laici, atei o agnostici non sono affatto arrendevoli. Dopo la seconda guerra mondiale, il gruppo Nakam (נקםvendetta), capeggiato da Abba Kovner, un socialista laico, si prefiggeva di vendicare l'Olocausto avvelenando le condutture idriche della Baviera; il progetto fallì, ma questo la dice lunga su cosa significhi giocare a risiko con gli ebrei, mettendo in discussione la Moledet, l'amata Madrepatria attesa e agognata per quasi due millenni. Rapire donne e bambini, poi, è visto come un atto esecrabile che mina il futuro genetico di una popolazione estremamente esigua, in cui il governo paga la fecondazione in vitro alle donne single e in cui perfino lo sperma dei soldati morti in battaglia diventa prezioso (6). La massiccia risposta di Israele, quindi, ha sorpreso solo Hamas, non gli ebrei o gli israeliani. Inoltre, i leader di Hamas sono stati piuttosto ingenui ad attaccare adesso, con Netanyahu al potere. Probabilmente se lo avessero fatto ai tempi del governo Bennett-Lapid, quando nella maggioranza c'era perfino un partito arabo, l'esito della controffensiva israeliana sarebbe stato meno cruento.



OCCHIO PER OCCHIO, DENTE PER DENTE. GIUSTIZIA RETRIBUTIVA E GUERRA 

Ad oggi, 11 novembre 2023, le vittime della guerra tra Hamas e Israele sono 11.078 nella Striscia di Gaza, 190 in Cisgiordania, 93 in Libano, 19 in Siria e 1.270 tra gli ebrei. Attaccare per difendere l'esistenza della propria Madrepatria è più che lecito, ma, in base al DIU, gli attacchi contro gli obiettivi militari non devono causare perdite di vite civili considerate "eccessive" rispetto al "vantaggio militare diretto previsto" (7). 
Ora, appurato che uccidere un certo numero di civili, per quanto possa essere deplorevole, non costituisce un crimine di guerra, c'è da verificare se Israele abbia violato o meno il principio di proporzionalità. Da un punto di vista numerico c'è stata una decuplicazione delle vittime. Per alcuni è una risposta sadica che travalica nella Schadenfreude, per altri è soltanto eccessivo, sta di fatto che il diritto internazionale umanitario è volutamente ambiguo in tal senso. In un ipotetico futuro, se l'umanità dovesse raggiungere un certo grado di maturità intellettuale incentrato sull'imparzialità e sull'etica, si legifererà in modo dettagliato riguardo al numero consentito di civili uccisi e su cosa contempli - stricto sensu - un "vantaggio militare diretto previsto". Poiché stabilire un numero esatto di vittime civili potrà anche sembrare una banalizzazione del diritto o una appropriazione indebita di metodologie statistiche, ma forse metterà al riparo da eccessive distorsioni interpretative. Riguardo al vantaggio militare diretto previsto, connesso a sua volta al principio di necessità militare volto ad indebolire la capacità militare del nemico, si potrebbe argomentare che "prevedere" la fine di Hamas o almeno l'impossibilità di un suo dominio sul territorio palestinese giustifichi le azioni israeliane. Ovviamente, anche impossessarsi di un territorio e governarlo costituirebbe un adeguato "vantaggio militare diretto previsto". Perfino nell'ipotesi, piuttosto remota, in cui Israele non riuscisse a mettere a ferro e fuoco l'intera Striscia di Gaza e a governarla, non incorrerebbe nella violazione del principio di proporzionalità, dal momento che basta che il vantaggio in essere sia "previsto", non attuato. 

Luis Moreno-Ocampo, procuratore capo della Corte Penale Internazionale, che ha indagato sulle accuse di crimini di guerra durante l'invasione dell'Iraq del 2003, non ha rilevato profili di irregolarità nonostante le vittime della Coalizione fossero 172, contro un cospicuo numero di iracheni che andava, secondo le stime, dalle 11.000 alle 45.000 vittime (8). Per le ragioni sopra esposte, il diritto internazionale umanitario odierno è legato, in massima parte, all'egemonia strategica e al ruolo geopolitico, piuttosto che all'etica e al bene comune, tanto più che l'etica è un qualcosa che varia da cultura a cultura. Ad oggi, bilanciare i principi umanitari con le necessità belliche resta un qualcosa di utopistico, che è totalmente disatteso nel caso si giudichi uno Stato potente. C'è da dire, poi, che il continuo lancio di razzi su Israele ad opera di Hamas ed Hezbollah, dopo più di un mese di guerra, non aiuta affatto la causa palestinese. Inermi cittadini israeliani continuano ad essere feriti dai razzi, soprattutto a sud. In un ipotetico processo, i giuristi israeliani, famosi per le loro competenze accademiche, saprebbero sfruttare anche questo elemento.



COSA POTREBBE GUADAGNARE ISRAELE E COSA POTREBBE PERDERE

Dai tempi di Moshe Dayan in poi, qualsiasi israeliano dichiari: "Masada non cadrà di nuovo" (Sheynit Masada lo tipul - שנית מסדה לא תיפול ) sa bene cosa implichi questo giuramento. Se Israele dovesse cadere per l'ennesima volta, non ci saranno altre possibilità di rifondazione. Dopo la cattività babilonese è nata la frattura coi samaritani, dopo l'invasione romana e la conseguente diaspora il popolo ebraico si è diversificato ancora di più. Una ulteriore diaspora segnerebbe la fine di qualsiasi collante, la fine assoluta della cultura ebraica in Israele e nel mondo. Non ci sarebbe spazio nemmeno per il territorialismo sulla falsariga dello Schema Uganda, del Piano Fugu o del Piano Madagascar. Il popolo ebraico verrebbe semplicemente assorbito dagli altri popoli, e con grande difficoltà, visto l'antisemitismo che ancora caratterizza l'Occidente. Nel giro di due o tre secoli l'ebraico si studierebbe soltanto nei corsi di Archeologia. 

Si spiega, quindi, come mai Israele sia uscito da questo attacco più unito che mai. Sparuti gruppi di dissenso ci sono, tra gli israeliani parenti dei rapiti ma anche tra gli ebrei europei e statunitensi, eppure Netanyahu ha ottenuto un consenso enorme, che ha rafforzato una leadership in bilico da anni. Quanto duri questo idillio col popolo ebraico/israeliano e con i suoi alleati di governo è difficile dirlo, molto dipenderà dall'andamento della guerra. Ma è chiaro che la controffensiva non potrà durare ancora a lungo e una de-escalation è quantomeno auspicabile. Su Israhelp compaiono annunci per aiutare a rifornire i soldati di tute da tempesta, teli, tende ed equipaggiamento termico invernale (9). Questa informazione può essere letta in molteplici modi. Potrebbe, in modo banale, significare che c'è una carenza di equipaggiamento invernale che mette a repentaglio un'azione di lungo periodo, ma è piuttosto difficile che sia così, considerando la ricchezza e la riservatezza d'Israele. Lo Stato mediorientale è cosciente di essere spiato e sul sito se ne fa riferimento in diversi post; è più probabile, quindi, che sia un messaggio velato ai nemici, del tipo: "Siamo disposti a combattere anche per mesi, anche per anni, se necessario". Anche gli altri post, in cui si fa riferimento a lingue di mezzo mondo, implicano (e veicolano ai palestinesi) una rete di protezione capillare. In effetti, tutto sembra giocarsi su questo dilemma: chi abbia la "protezione capillare" più estesa, in un gioco di potenza reale e millantata in cui bisogna far percepire al nemico di non essere diplomaticamente isolati o finanziariamente spacciati, per dare l'illusione che si possa combattere a lungo e che si possa anche vincere. 

La galassia antisraeliana palestinese (Hamas, FPLP, DFLP, RPC, PFLP-GC) e quella non palestinese (Hezbollah, il Movimento Amal e gli Houthi) sono tutt'altro che isolate. I maggiori finanziatori sono il Qatar, l'Iran e perfino tante ONG, sebbene queste ultime partecipino in modo inconsapevole. Una parte dei finanziatori resterà sempre nell'ombra grazie alle criptovalute e alle società di comodo. Anche questo elemento rientra in una strategia della tensione in cui Israele combatte, come in un gambetto di donna, il pedone che si sacrifica in apertura: i gruppi paramilitari.
C'è da chiedersi se sia giunto per l'Iran il momento di uscire allo scoperto e prendere l'iniziativa. I suoi impianti nucleari sui monti Zagros sono abbastanza profondi da essere inattaccabili e nessuno sa con esattezza a che punto sia il suo programma nucleare, ma, per la particolare estensione geografica di Israele, se pure dovesse lanciare una bomba atomica, sarebbe impossibile non colpire anche i palestinesi della Cisgiordania, quelli della Striscia di Gaza o gli altri arabi che abitano gli Stati limitrofi. L'Iran può chiamare "Kheibar", come un castello ebraico conquistato dai musulmani nel VII sec., tutte le testate nucleare che vuole, ma, allo stato attuale, è difficile che sia in grado di potere e voler colpire. L'impossibilità di usare l'atomica vale, ovviamente, anche per Israele, a dispetto di quanto dica Amihai Eliyahu, e per capirlo basterebbe visionare Nukemap di Alex Wellerstein. Certo, colpire altri obiettivi, lontani da Israele, sarebbe possibile. Questo, però, non implicherebbe una "semplice" polveriera mediorientale, ma una vera e propria escalation mondiale. Pertanto, non solo è possibile, ma è più che probabile che, per entrambe le parti in causa, una simile azione possa esser presa soltanto come extrema ratio

Quanto all'appoggio statunitense, Israele sarà pure sotto la cupola dell'US Navy, ma la USS Gerald R. Ford e tutte le altre portaerei hanno un costo esorbitante, e nulla viene donato per nulla. Antony Blinken avrà anche origini ebraiche come Kissinger, ma, a dispetto di quanto pensava Golda Meir, un segretario è davvero "prima americano, poi un segretario di Stato e infine ebreo", e no, un americano non leggerà mai da destra a sinistra, anche se agli israeliani piace pensare il contrario. Blinken si è già lamentato per i "troppi morti" e Zelensky si mostra sempre più spesso in conferenza stampa per dimostrare la sua "vicinanza al popolo ebraico, vittima di Putin". Se la guerra contro Hamas dovesse continuare a lungo, Israele non si limiterà ad inviare poche armi all'Ucraina, e di nascosto, ma dovrà farlo in modo massiccio e plateale. Gli ucraini (la NATO) esigeranno l'Iron Dome e magari anche il sistema Arrow 3.  La libertà geopolitica israeliana diventerà un ricordo e la frattura coi cino-russi sarebbe insanabile. Anche se gli USA e la NATO hanno interesse a sottolineare la vicinanza del gruppo BRICS ad Hamas, il sostegno cinese e russo è un sostegno di facciata, che non implica il rovesciamento dello status quo o l'annientamento di Israele. I cinesi hanno il problema degli uiguri e i russi devono vedersela coi ceceni e le altre minoranze islamiche. Anche gli indiani non vorrebbero mai la dissoluzione di Israele e uno strapotere arabo nella regione, per via del Punjab e della rivalità col Pakistan. Per i giganti asiatici il mondo islamico è un utile burattino da usare in chiave antistatunitense, ma, giunti a una certa soglia, è difficile che vadano oltre, altrimenti rischierebbero una pericolosa disgregazione territoriale. Non ultimo, la Cina e la Russia per motivi storico-culturali, hanno un'eredità comunista che mal si concilia con l'integralismo e la misoginia degli estremisti islamici.



RIDEFINIZIONE TERRITORIALE E PROBLEMA DEI DUE STATI

Conquistare la Striscia di Gaza servirà davvero a qualcosa? Di sicuro, distruggere la capacità offensiva di Hamas porterà un po' di pace ai kibbutz e alle città del Negev, almeno per qualche anno, ma la mentalità palestinese non può essere mutata dall'oggi al domani. Nei territori palestinesi alberga un pericoloso mix di antisemitismo e becera ignoranza, ed è inutile negarlo aggrappandosi alle statistiche di una popolazione sempre più scolarizzata grazie a titoli farlocchi, elargiti a man bassa da ONG e organizzazioni compiacenti (10). Chiunque legga la sezione archeologica dei giornali israeliani prima o poi si imbatterà nei commenti dei tanti palestinesi che ipotizzano che i reperti israeliani siano falsi perché "gli ebrei anticamente non popolavano quelle terre". 
Una ignoranza, una elusione delle responsabilità e un'ostinazione così diffuse e generalizzate non soltanto sono sconfortanti, ma pongono fondati limiti attuativi a qualsiasi sforzo diplomatico. La verità è che i palestinesi hanno detto no a una soluzione a due Stati nel 1936, nel 1946, negli incontri del 2000 tra Barak, Clinton e Arafat, e nel 2007-2008, quando Olmert lo ha proposto ad Abbas. Molto probabilmente, nemmeno se Israele volesse riproporli adesso, sfruttando "il paradosso del ricattatore" di Robert Aumann, facendogli percepire, cioè, che in futuro non ci saranno altre possibilità, si giungerà ad un'intesa. Una parte della colpa è addebitabile agli inglesi e agli statunitensi che, dopo la seconda guerra mondiale, hanno donato a Israele uno Stato "monco" e dai confini unici, l'unico Stato a macchia di leopardo del mondo. Il problema di questo busillis geografico, infatti, non è tanto riconoscere l'indipendenza della Striscia di Gaza, che confina con l'Egitto, e di cui tantissimi ebrei farebbero volentieri a meno, ma rinunciare alla Cisgiordania, che ospita città emblematiche per l'identità della Giudea e della Samaria, come Betlemme, la città del grande re David. E man mano che trascorrono gli anni, i margini d'intesa diminuiranno anche per volontà israeliana. Fino a pochi anni fa Israele è stato permeato dal socialismo e dalla laicità, ma adesso la componente ortodossa inizia a essere importante, sia da un punto di vista demografico che politico. Tra 20 o 30 anni giungere a una soluzione di compromesso potrebbe essere impossibile. Molto dipenderà non solo dai futuri leader dei due popoli, ma da come evolverà la natura multiforme del conflitto nell'ambito del "Nuovo Grande Gioco".









Fonti:
1-https://www.haaretz.com/2014-11-08/ty-article/.premium/the-holy-war-being-waged-within-the-israeli-army/0000017f-f988-dcea-a7ff-fdbaa67a0000 
2- https://bostoneruv.org/Shenrav_Eruv.html
3- https://www.ynetnews.com/article/bjqiytzza
4- https://www.timesofisrael.com/captured-hamas-operative-reveals-paragliding-attack-plan/
5- יַגִּירֻ֥הוּ עַל־יְדֵי־חָ֑רֶב מְנָ֖ת שֻׁעָלִ֣ים יִהְיֽוּ׃ 
6- https://www.ynet.co.il/health/article/yokra13643909
7- Art. 51 (5) (b), Additional Protocol I, 1977
8- https://archive.globalpolicy.org/intljustice/icc/2006/02ocampo.htm
9- https://www.coing.co/Israhelp_Logistics/114294
10- https://en.wikipedia.org/wiki/Textbooks_in_the_Israeli%E2%80%93Palestinian_conflict



Immagine: Vecchio poster dell'Aeronautica Israeliana

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