ISRAELE E L’ENIGMA DEL FUTURO. LA DIFFICILE ACCETTAZIONE DI UNA VULNERABILITÀ PERMANENTE E DI UNA CONTINUA DELEGITTIMAZIONE

Dopo quasi tre anni di guerra qual è, in definitiva, il quadro che emerge per Israele e gli ebrei di tutto il mondo? La verità, ostica e difficilmente accettabile o comunicabile, è che una guerra vinta a metà può essere interpretata anche come una guerra persa a metà. Il confine è così labile che dipende solo dai punti di vista e dalla narrazione che se ne vuole fare. 

È vero, Israele ha ottenuto importanti successi tattici, ma fatica a trasformarli in una vittoria strategica di medio o lungo periodo. La guerra ha indebolito alcuni avversari, ma ha anche rivelato i limiti della forza militare come unico strumento di stabilizzazione regionale. Riguardo all’Iran, uccidere un vecchio prossimo alla morte ha provocato la sua sostituzione con un leader più giovane e rancoroso. Mojtaba Khamenei ha 56 anni; ciò significa che, nonostante sia stato ferito, potrebbe governare per altri 10 o 20 anni. E un uomo a cui hanno ucciso il padre, la madre, la moglie e un figlio vorrà davvero giungere ad un accordo di pace o sarà interessato unicamente a temporeggiare, in attesa che i leader cambino e la situazione muti a proprio vantaggio? La seconda ipotesi è la più plausibile, tanto più che il nuovo Khamenei sa bene che, anche nel caso di una tregua, la propria sicurezza personale continuerebbe a essere minacciata.

Il costo umano, poi, è stato indubbiamente grande. Il mondo arabo ed iraniano ha pagato la carneficina del 7 ottobre in modo estremamente caro, con gli interessi, ma anche gli israeliani e gli ebrei hanno pagato un prezzo importante, forse troppo caro se paragonato ai vantaggi, ancora oggi, aleatori e assolutamente non determinanti. I morti palestinesi a Gaza sono stati circa 81.000, e, includendo anche le morti indirette, è plausibile che il vero numero sia vicino ai 100.000. La guerra in Iran (e le sue diramazioni) ha causato la morte di almeno 3468 iraniani, 1000 combattenti di Hezbollah, senza contare centinaia di terroristi di ogni risma, tra houthi e PMF. In quasi tre anni di guerra, sommando i vari fronti, i morti israeliani, fra civili e militari, sono stati quasi 2.100, non abbastanza per avere un parente coinvolto in ogni famiglia, ma abbastanza affinché quasi ogni famiglia conosca una vittima nella propria cerchia di amici, colleghi o conoscenti (1-2). A ciò si aggiunge il prezzo pagato dalle comunità ebraiche della diaspora: secondo il Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora, nel solo 2025 almeno 20 ebrei sono stati uccisi in diversi attentati, mentre gli episodi di antisemitismo hanno raggiunto livelli senza precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale, rafforzando in molti ebrei la percezione che il conflitto non riguardi soltanto Israele, ma l'intero popolo ebraico (3). Gli ebrei dell’Occidente sono coscienti di questo clima di ostilità parossistico e irrazionale e chi ha un cognome ebraico molto riconoscibile è ormai titubante a lasciare le proprie generalità al parrucchiere o al ristoratore di turno. In moltissimi casi, è molto più saggio utilizzare un cognome falso ed evitare di lasciare il proprio cognome sul citofono. 

Ormai, l’odio verso Israele e gli ebrei è diventato estremamente visibile, quasi mediaticamente “patinato”, ostentato e legittimato, perfino imposto come appartenenza culturale, a destra come a sinistra. Su internet è pieno di gente che blatera tutti i giorni di “genocidio” e “complotto aschenazita”, gente influenzabile che non conosce nemmeno la differenza tra sefarditi, aschenaziti, italkim, romanioti e mizrahi, gente che grida istericamente “From the River to the Sea”, ignorando (o fingendo di ignorare) che l’attuazione di un simile proposito presuppone la cancellazione di Israele e la diaspora di milioni di sabra. Il commento “Il pittore austriaco non aveva tutti i torti” è diventato un inquietante leitmotiv, e lo si ritrova sotto tutti i post di politica, perfino culturali o archeologici, legati ad Israele e agli ebrei. Emerge anche una schizofrenica e contraddittoria concezione degli ebrei da parte degli europei. Nei secoli scorsi, e soprattutto durante il nazifascismo, gli ebrei erano considerati “allogeni”, “stranieri semiti”, “non ariani”, “non sufficientemente bianchi”, oggi i discendenti di quegli stessi europei li incolpano di essere “troppo bianchi”, “troppo europei”, “dei finti asiatici”, “gente pallida” che si “ostina” a vivere in Asia. 

Se da un lato le posizioni più estremistiche della destra risultano in parte marginalizzate nel dibattito politico ufficiale, soprattutto per la presenza di vincoli istituzionali con gli USA, dall’altro lato, in ambiti più vicini all’opposizione di sinistra, il tema viene spesso strumentalizzato come elemento di mobilitazione e distinzione politica rispetto ai governi in carica. Alcuni leader di sinistra hanno origini ebraiche o una laurea in Giurisprudenza e conoscono bene la differenza tra “genocidio” e “crimini di guerra”, ma continuano a sfruttare questa tematica per attrarre potenziali elettori. Molte di queste persone, se stessero al potere, non avrebbero mai il coraggio di gridare al genocidio, per motivi opportunistici e strategici, ma anche perché sarebbero costrette a utilizzare un linguaggio accademico e giuridico, eppure adesso lo fanno, gridano al genocidio quasi ogni giorno perché la massa ha bisogno di un nemico, soprattutto in una fase in cui l’Occidente attraversa una evidente crisi sistemica. Il risultato è un clima complessivamente polarizzato, in cui la retorica tende a estremizzarsi e a semplificarsi, banalizzando questioni molto serie e creando un clima di violenza verbale e fisica. La storia europea dimostra che, quando un conflitto esterno viene trasformato in un potente simbolo ideologico, il passaggio dalla radicalizzazione verbale a forme di violenza politica organizzata non può essere escluso a priori. In questo senso, il clima generale è così tossico che il rischio della nascita di nuovi movimenti analoghi ai Revolutionäre Zellen e di azioni simili al dirottamento di Entebbe non è affatto un’ipotesi irrealistica. 


ISRAELE PUÒ VIVERE IN UNO STATO DI GUERRA PERMANENTE SENZA LOGORAMENTO INTERNO?

Se il fronte esterno continua a rappresentare un'incognita, non meno importante è il fronte interno. Israele può davvero permettersi di vivere, per anni e anni, in uno stato di mobilitazione quasi permanente senza pagarne il prezzo anche sul piano economico e sociale? Se c’è da fare un confronto con i suoi nemici, Israele vince, perché può permetterselo più di loro, ma è altrettanto giusto ricordare che migliaia di riservisti sono stati richiamati più volte, diversi settori produttivi hanno subito rallentamenti, e il turismo è crollato rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Il Mar Morto, ormai, è quasi deserto. I turisti stranieri si contano sulle dita di una mano. La guerra, inoltre, ha accentuato fratture già esistenti tra laici e religiosi, tra centro e periferia (pensiamo agli abitanti del Negev), tra chi riteneva prioritario unicamente il ritorno degli ostaggi e chi considera decisiva la prosecuzione delle operazioni militari. 

Le prossime elezioni israeliane saranno quindi molto più di una banale competizione tra partiti. Saranno probabilmente un referendum implicito sul modo in cui Israele interpreta la propria sicurezza dopo il trauma del 7 ottobre. Il voto non riguarderà soltanto la figura del primo ministro, ma una scelta tra due visioni del Paese: da una parte un Israele che considera la minaccia esterna come una condizione permanente e ritiene necessario mantenere una linea di massima intransigenza; dall'altra un Israele che, pur senza rinunciare alla sicurezza, ritiene necessario ricostruire una nuova architettura diplomatica.

La verità non è tanto che gli israeliani siano diventati improvvisamente pacifisti, sarebbe masochistico esserlo. La maggioranza della popolazione continua a ritenere indispensabile la capacità militare dello Stato e difficilmente accetterebbe una politica percepita come rinunciataria e buonista nei confronti dei propri vicini. Ma emerge una domanda molto pragmatica: come utilizzare la forza in modo efficace senza trasformarla in una condizione permanente? In “A Taste of Armageddon” di Star Trek TOS, due pianeti in guerra da secoli avevano trovato un sistema per continuare il conflitto senza distruggere le proprie economie: gli scontri venivano simulati dai computer e le vittime virtuali venivano eliminate in appositi centri di disintegrazione, senza opposizioni o proteste. Era un modo per preservare le infrastrutture e l’apparato produttivo, ma al prezzo di trasformare la morte in una procedura burocratica. La domanda implicita era: una società può razionalizzare la guerra fino al punto di renderla mentalmente accettabile, mantenendo intatto il sistema che la produce? L’Iron Dome, almeno in parte, ci avvicina a questa eventualità, e ci fa comprendere che il pericolo non è soltanto essere sconfitti (ipotesi nefasta e con grandi conseguenze macroeconomiche), ma arrivare al punto in cui una guerra senza fine diventa una condizione normale, assuefacendo milioni di cittadini alla morte.

In questo senso, una parte sempre più cospicua dell'opinione pubblica sembra cercare non una leadership più debole, ma una leadership strategica, capace di alternare spietatezza militare e iniziativa diplomatica, azioni offensive e momenti di apertura politica, anche sufficientemente lunghi per dare ossigeno alla gente e alle loro legittime aspirazioni, una strategia simile alla vecchia politica di Golda Meir, l’indimenticabile madre di Israele. 

È in questo spazio politico che si inserisce la figura di Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell'IDF e uno dei possibili protagonisti del futuro politico israeliano. La sua popolarità deriva anche dal fatto che ha pagato il prezzo della guerra con un figlio e due nipoti morti a Gaza. Tuttavia, Eisenkot non convince tutti. Per alcuni rappresenta solo un uomo molto furbo che ha individuato il momento giusto per sostituire Netanyahu. Eppure, il modello che propone in campagna elettorale - utilizzare la forza quando necessario, ma senza rinunciare alla diplomazia quando questa può essere più utile agli interessi israeliani - sembra rispondere a un'esigenza diffusa nella società: vincere le guerre senza rimanervi impantanati. E in realtà, una logica simile non sarebbe nemmeno nuova. Per anni le forze israeliane hanno applicato la dottrina della MABAM (Campaign Between Wars), una strategia fondata sull'idea di colpire gli avversari senza arrivare necessariamente a un conflitto totale. L'obiettivo non è ottenere una vittoria definitiva e immediata, ma modificare continuamente il rapporto di forza, guadagnare tempo, evitare che il nemico raggiunga una posizione di potenziale vantaggio. Cyberwarfare, operazioni clandestine, sabotaggi, eliminazioni mirate di comandanti e trasferimenti di armamenti: strumenti molto più utilizzati in passato, quando i fondi e i piani lo permettevano.

Tuttavia, ogni strategia di sicurezza, anche la più razionale e necessaria, alla fine si misura con una domanda più profonda e, in qualche modo, filosofica: quale rapporto deve esistere tra la sopravvivenza etnica e il valore di ogni vita umana, perfino ostile o potenzialmente tale? Per Israele questa non è una mera questione retorica: un popolo nato da millenarie esperienze di discriminazione e sopraffazione deve riuscire a difendersi senza dimenticare il principio morale che attribuisce valore alla vita.

I fratelli Bibas uccisi da Hamas meritavano di vivere, esattamente come meritavano di vivere le bambine iraniane morte sotto le macerie di una scuola o i tanti bambini amputati di Gaza. L’attenzione mediatica che il mondo israeliano ha riservato ai piccoli Bibas è comprensibile anche perché la loro immagine possedeva una forza comunicativa straordinaria nelle società occidentali, dove molti li percepivano, forse inconsciamente, come bambini esteticamente "affini". Tuttavia, proprio una tradizione che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti aberranti e devastanti del Positivismo dovrebbe ricordare che l’etica non può dipendere dai caratteri antropometrici. Israele non ha certo bisogno della carità pelosa e intermittente riservata alle vittime considerate più "vicine" ai canoni estetici occidentali, ma di un riconoscimento coerente dei propri diritti, indipendentemente dall'aspetto di chi soffre. Un bambino dai capelli rossi e dall'incarnato pallido non vale più di un bambino bruno, dalla pelle olivastra e dalle origini arabe o persiane. Ogni vita possiede lo stesso intrinseco valore e gli stessi innegabili diritti. E forse proprio questa è una delle domande più difficili per Israele: come difendere la propria sopravvivenza etnica senza perdere il legame con quei principi morali che la propria storia, religiosa ma anche laica, ha reso così centrali nell’immaginario mondiale.









RIFERIMENTI

1- https://en.wikipedia.org/wiki/Gaza_war

2- https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Iran_war

3- https://www.gov.il/en/pages/antisemitism_report_2025?






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