GEOPOLITICA GLACIALE: UNA NUOVA GUERRA FREDDA NELL'ESTREMO NORD

GROENLANDIA E ARTICO NEL MIRINO DELLE SUPERPOTENZE TRA BASI STRATEGICHE E FATTORI AMBIENTALI

In Fennoscandia e Danimarca, e fino alle annesse terre artiche, l’idea di uno scontro di civiltà è ben radicata nell’immaginario collettivo, nella politica come nella letteratura. Ne “Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg (1992), proprio nelle ultime pagine del libro, uno dei personaggi secondari afferma che: “Non bisognerebbe temere la terza guerra mondiale, poiché l’umanità ha bisogno di una nuova guerra per riacquistare la ragione”, e tutta la narrazione è permeata da un senso di opprimente caducità e insondabile insicurezza, nei rapporti umani come negli equilibri interetnici, laddove l’unico elemento stabile è il ghiaccio e la consapevolezza che la propria identità, qualunque essa sia, è inestricabilmente legata ad esso. 

In effetti, l’identità groenlandese – uno dei temi portanti del libro - è un compromesso tra l’eredità norrena, minoritaria ma significativa per la legittimazione territoriale e la conseguente sfera politica, e quella Inuit, ancestrale e profondamente sentita dalla popolazione. Ed è proprio il legame genetico con l’Asia l’unico collante duraturo che ha caratterizzato queste genti, considerando che prima del Trattato di Kiel del 1814 la Groenlandia faceva parte del Regno di Norvegia. Sebbene la Norvegia fosse unita alla Danimarca da cinque secoli di storia, è solo a partire da quella data che i groenlandesi diventano ufficialmente “danesi”, venendo a confrontarsi con europei che vivono a 2.920 km di distanza, più vicini, da un punto di vista geografico e culturale, all’Europa centro-occidentale che a quella dell’estremo Nord. Ed anche avere una reciproca affinità per il ghiaccio non basta ad affratellare due popoli che, come in una relazione asintotica, possono avvicinarsi senza mai convergere del tutto, restando, per tanti aspetti, inconciliabilmente antitetici.

Questa percezione di una europeizzazione/meridionalizzazione coatta ed accelerata, di una Patria diversa e lontana che li scrutava con superiorità o, nel migliore dei casi, con un’indulgenza di facciata, la stessa indulgenza che si riserva a un popolo considerato inferiore, ha segnato tutta la storia del popolo groenlandese, fino alle aberrazioni dell’“Esperimento dei piccoli danesi” (1), lo “Spiral case” (2) e il “disconoscimento legale della paternità” (3). Tutte queste vicende, che potrebbero essere considerate tentativi di assimilazione forzata ed autentiche violazioni dei diritti umani, sono tipiche del controllo delle popolazioni caucasiche su quelle di diversa origine. In fondo, più o meno negli stessi anni, la Svezia faceva lo stesso coi Sami, e l’Australia con gli Aborigeni. Gli episodi di razzismo non erano poi così rari, nonostante la recente memoria della Shoah. Ne consegue che oggi gli Inuit, anche come reazione all’esclusione, sono molto più legati alle altre popolazioni asiatiche dell’Artico di quanto lo siano ai danesi o agli altri popoli leucoderma. 

Gli Inuit e gli Yupik dell’Alaska, del Canada e della Penisola di Chukchi sono gli unici popoli con cui i groenlandesi hanno sviluppato un rapporto di fiducia, magari non totale e indiscutibile (ammesso che esista), ma sicuramente degno di nota. Con questi popoli essi hanno dato vita all’Inuit Circumpolar Council (ICC), un'organizzazione internazionale che rappresenta circa 180.000 persone, le cui attività sono finanziate attraverso una combinazione di sovvenzioni governative, contributi da ONG e fondi derivanti da progetti specifici. Ufficialmente gli intenti sono nobili e condivisibili, ma la Russia è vicina e i politici danesi/groenlandesi hanno sempre avuto importanti rapporti bilaterali con i socialisti russi. Molto probabilmente il governo canadese ha investito ingenti risorse in questo progetto anche per evitare che le popolazioni locali sviluppassero un'eccessiva simpatia per la Federazione Russa, considerando che Mosca, pur con episodici problemi, vanta una più solida integrazione dei popoli xantoderma (4). Considerando l’attuale scenario geopolitico, sovvenzionare i movimenti culturali e politici della Groenlandia è una scelta obbligata, e l'incoraggiamento delle velleità autonomistiche degli Yupik siberiani potrebbe essere una astuta mossa per i canadesi e il blocco NATO, soprattutto nel caso di una futura guerra nell’Artico e della possibilità di utilizzarli come un barile di polvere da sparo per fomentare le rivolte; il tutto, poi, è condotto in modo sufficientemente vago da sembrare un’azione innocua, tesa al bene comune e alla tutela dell’identità culturale (5).

Com’è noto, anche gli USA sono interessati alla Groenlandia, ma le loro mire espansionistiche non sono affatto recenti; infatti, è più di un secolo che sognano di impossessarsene. Già nel 1867, dopo l’acquisto dell’Alaska, il Segretario di Stato William H. Seward mostrò interesse per una ipotetica acquisizione. Tra il 1910 e il 1912, i danesi Ejnar Mikkelsen e Iver Iversen dovettero compiere un lungo e impervio viaggio per provare la non esistenza del fantomatico canale di Peary. Gli statunitensi sostenevano che la Groenlandia fosse divisa a nord da questo canale e speravano di impadronirsi della parte settentrionale dell’isola. La spedizione, anche grazie ai cairn disseminati lungo il percorso, provò che la Groenlandia è un’unica terra emersa. 

Sebbene questa fosse per gli USA una significativa battuta d’arresto, non segnò la fine del progetto espansionistico, neppure a danno della Danimarca. Nel 1916, acquistarono le Isole Vergini Danesi, consolidando la loro presenza nel Nord Atlantico e cancellando un ulteriore tassello delle vestigia europee nel Nuovo Mondo. L’interesse per la Groenlandia tornò a manifestarsi con particolare veemenza durante la Seconda guerra mondiale, quando, dopo l’occupazione della Danimarca da parte dei nazisti, gli Stati Uniti presero il controllo difensivo dell’isola. In effetti, senza gli americani il destino groenlandese sarebbe stato lo stesso dell’Olanda e di tanti altri Stati europei, e l’Operazione Holzauge, del 1943, dimostra fin troppo bene quali fossero le reali aspirazioni tedesche. In quell’anno, la Kriegsmarine tentò di stabilire (e in parte ci riuscì) una stazione meteorologica segreta sulla costa orientale, trasportando attrezzature tramite il sottomarino U-537. L’intento era raccogliere dati climatici vantaggiosi alle operazioni belliche nell’Atlantico settentrionale. Tuttavia, questa operazione fu sventata proprio grazie alla presenza statunitense. I danesi non dimenticheranno mai questa azione, e ciò che ne deriva è frutto anche di una comprensibile riconoscenza per aver fronteggiato il nemico. Infatti, all’indomani della guerra, il Trattato di Difesa del 1951 garantisce agli Stati Uniti il diritto di mantenere alcune basi in Groenlandia, tra cui l’importante base aerea di Thule (ribattezzata Pituffik Space Base), snodo cruciale della strategia nucleare durante la Guerra Fredda, citata anche nel celebre romanzo di Høeg.

Proprio in questa base avvenne, nel 1968, un grave incidente che mise in risalto i rischi della massiccia presenza militare statunitense e di una protezione che forse era diventata un predominio incontrastato: un bombardiere B-52 dell’US Air Force, armato con quattro bombe nucleari, si schiantò nei pressi dell’area, contaminando il ghiaccio circostante con plutonio radioattivo. L'incidente di Thule rivelò al mondo i rischi della militarizzazione dell'Artico. Ma questo non fu l’unico segreto che gli Stati Uniti custodivano nel gelo groenlandese: già da anni, infatti, avevano avviato un progetto ancora più ambizioso e controverso, il Progetto Iceworm. A insaputa di tutti, avevano edificato una fitta rete di basi sotterranee destinate a ospitare missili nucleari puntati contro l’Unione Sovietica. Il progetto venne ufficialmente mascherato con la costruzione della base di Camp Century nel 1959, presentata come un esperimento scientifico per lo studio dell’ambiente artico. Tuttavia, le difficoltà tecniche e l’instabilità della calotta glaciale resero il piano impraticabile, portando al suo abbandono nel 1966. Oltre a trasformare la Groenlandia in un autentico “colabrodo”, con tantissimi tunnel inutilizzabili, il progetto ha lasciato in eredità tonnellate di rifiuti tossici sepolti nei ghiacci. Con il progressivo scioglimento della calotta dovuto al cambiamento climatico, si stima che entro il 2100 circa 20.000 litri di sostanze chimiche si riverseranno nelle acque, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’ecosistema artico (6). La Danimarca è stata fin troppo indulgente e debole verso l’alleato transatlantico, dal momento che non si è mai imposta per pretendere la bonifica di un territorio in cui vivono migliaia di suoi cittadini, e che potrebbe causare, tra appena 100 anni, danni a catena a tutto il continente europeo, in modo particolare al Nord.

Tutti questi episodi dimostrano che la Groenlandia è un obiettivo strategico di lungo/lunghissimo periodo, con gli Stati Uniti che hanno cercato di consolidare la loro presenza nell’isola senza tenere in considerazione né l’effettiva volontà della popolazione locale né la sovranità del governo danese. Dunque, gli attuali piani di Trump non stupiscono, a maggior ragione se pensiamo che quelle stesse frasi le ha ripetute anche durante il primo mandato. 

La domanda è: il Presidente USA farà davvero quello che dice? E, soprattutto, i suoi piani di annessione sono reali o, piuttosto, sono dettati dalla volontà di dare all’America un’aura di combattività e spavalderia, considerando la sua linea diplomatica in Ucraina? Le sue parole potrebbero essere lette come una boutade, un tentativo da smargiassi di tranquillizzare l’ala guerrafondaia della CIA? L’acquisto/conquista della Groenlandia potrebbe essere un diversivo, molto probabilmente nemmeno realizzabile (soprattutto nel breve periodo), esattamente come lo fu nel 1867, quando gli USA erano in una situazione critica. Il Paese era impegnato nel non facile processo di reintegrazione degli Stati del Sud dopo la fine della Guerra Civile. Johnson, già debole politicamente, era in rotta con il Congresso sui diritti degli ex schiavi e sulla ricostruzione del Sud. L’economia era praticamente al collasso, e l'acquisto dell'Alaska fu usato per distogliere l’attenzione dai problemi interni.

Ora, durante la campagna elettorale, il tycoon ha rischiato la pelle diverse volte, tra attentati falliti e aerei costretti ad atterraggi d’emergenza nel Montana. Valutare alternative alla Boeing per il contratto dell'Air Force One e assumere Christian Craighead come guardia del corpo d’élite sono scelte saggie, ma non dissuaderanno chi lo vuole morto. Restano migliaia di modi per uccidere un uomo. La CIA può essere accusata di tutto, ma non che manchi di fantasia. Tra sigari esplosivi e tute da sub con funghi infettivi, i “creativi” di 1000 Colonial Farm Road hanno dimostrato – in più occasioni – una megalomania narrativa che supera persino quella degli sceneggiatori di 007. 

È più che plausibile, quindi, che Trump faccia la voce grossa per temporeggiare, per dare un contentino propagandistico a chi preme per attaccare la Russia. Putin, col suo consueto miscuglio di candore e scaltrezza, si è limitato a dire che “quelli degli USA riguardo alla Groenlandia sono piani seri, piani che hanno antiche radici storiche”, e ha tutti i motivi per utilizzare parole concilianti e ambigue, visto che non vuole che gli USA tornino a una linea marcatamente aggressiva in Ucraina, ma è chiaro che l’astuto leader russo è ben cosciente della scarsa fattibilità di un’annessione che ha meno agganci storici dell’ipotetica invasione cinese di Taiwan. Invadere o acquisire la Groenlandia sarebbe visto come un’involuzione democratica, come un violento atto unilaterale che renderebbe gli USA una pericolosa autocrazia. Anche i più assoggettati fra gli europei potrebbero non giustificare una simile deriva. 

È vero, la Groenlandia è strategica, ma, in caso di guerra, basterebbe semplicemente controllarla come avvenne durante l’ultima guerra mondiale. Tra l’altro, le basi ci sono già e nel giro di un giorno gli USA avrebbero un controllo pressocché totale. Dal momento che si tratta di un’area difficile da raggiungere e scarsamente popolata, uno scenario di tipo afgano, con una rapidissima perdita del dominio statunitense, sarebbe impensabile. Per tutti questi motivi, una annessione formale è ipotizzabile, ma è logico supporre che gli statunitensi ne avvertano l’esigenza solo in una fase critica. E quella fase critica potrebbe arrivare solo nel caso di una guerra civile euro-asiatica, in cui l’UE implode tra spinte centrifughe e conflitti interni, la Russia si sgretola in una frammentazione “post-imperiale” e la Cina, pur tra crisi climatica e tensioni interne, si impone sull’Eurasia come unico collante culturale e militare. In un simile scenario, con il Vecchio Mondo in fiamme, la Groenlandia non simboleggerebbe solo un avamposto strategico, ma una necessità geopolitica, che dovrebbe garantire agli americani almeno un parziale controllo sull’Artico, come una buffer zone.


L'IMPORTANZA DELLA GEOLOGIA NELLE PROIEZIONI BELLICHE

Nel frattempo, la NATO – la proiezione militare degli USA– si espande a Nord, con l’ingresso di Svezia e Finlandia. In effetti, finora si è scelto di logorare il gigante euroasiatico attraverso l’utilizzo di proxies nel suo settore meridionale, peraltro con scarsi risultati, ma il cuore nevralgico e decisionale della Terza Roma è sempre stato a Nord. La direzione sembra già tracciata, e non è certo un caso che decine di scrittori e futurologi abbiano immaginato scenari distopici o fandom ucronici incentrati su guerre tra Russia e Norvegia/NATO (7) e su equilibri geopolitici profondamente diversi da quelli odierni.  

Nel bellissimo “La memoria dell’acqua” (2013), di Emmi Itäranta, il mondo subisce un drastico sconvolgimento politico e geografico. Anche se la scrittrice non si addentra nelle dinamiche di potere internazionali, da dettagli sparsi qua e là, è possibile dedurre che a un certo punto c’è stata una nuova frana di Storegga o qualcosa di simile, che ha devastato il Nord Europa e contaminato le riserve idriche con petrolio e detriti tossici. La Gran Bretagna ha seguito il destino dell’antica Doggerland, inabissandosi. Gli USA sono collassati, perdendo il ruolo di superpotenza, Mosca è diventata inabitabile (una bomba atomica?), spostando il suo governo in Finlandia, mentre la Cina è emersa come forza dominante. In questo scenario, l’acqua è più rara dell’oro e un regime totalitario, con richiami alla cultura asiatica, ne controlla rigidamente la distribuzione: ai civili arriva sporca e razionata, mentre l’élite militare ha accesso a riserve pure.

Sebbene queste narrazioni speculative appartengano al campo dell’immaginazione, trovano ampio riscontro nella realtà geopolitica, dove il controllo delle regioni settentrionali è stato spesso determinato da una combinazione di fattori militari, economici e ambientali. Probabilmente ci vorranno secoli, se non millenni, per avere un panorama come quello descritto nel romanzo di Itäranta, ma è un dato di fatto che sarà soprattutto il controllo ambientale a determinare i padroni dell’Artico. L’analisi dei conflitti dimostra, infatti, l’importanza di un approccio multidisciplinare, capace di considerare non solo l’importanza della storia, ma anche la geomorfologia e la stratigrafia della macroregione. Un esempio emblematico è la battaglia del lago di Peipus del 1242 – uno dei più cari simboli dell’identità russa - in cui le truppe del principe Nevskij sfruttarono la fragilità della superficie ghiacciata per sconfiggere i cavalieri teutonici, dimostrando come il clima potesse essere trasformato in un’arma strategica. Oggi, in un contesto di cambiamenti climatici e crescenti rivalità geopolitiche, il ghiaccio continua a essere un elemento centrale per il controllo delle risorse e delle rotte artiche, ma, rispetto al passato, siamo in grado di controllarlo, almeno in parte. 

Già durante la Seconda guerra mondiale, gli Alleati sperimentarono, con il Progetto Habakkuk, una portaerei costruita con pykrete, un materiale che si scioglie lentamente perché derivato da una miscela di ghiaccio e segatura. Ancora adesso, tecniche simili vengono studiate e utilizzate per rinforzare piste d’atterraggio su superfici instabili come quelle dell’Antartide, permettendo il supporto aereo in zone altrimenti inaccessibili. Inoltre, l’ingegnerizzazione del ghiaccio si sta rivelando utile anche per il sabotaggio delle infrastrutture; esperimenti russi hanno dimostrato come sostanze chimiche possano essere utilizzate per accelerare il congelamento di superfici acquatiche e ostacolare la navigazione nemica. Al contrario, tecnologie a microonde e droni termici potrebbero essere impiegati nelle vicinanze di fiumi e laghi, trasformando percorsi logistici in vere e proprie trappole mortali per le unità corazzate avversarie. L’Artico, un tempo considerato una barriera misteriosa e invalicabile, sta dunque diventando un laboratorio per nuove tattiche belliche, ed il ghiaccio non sembra più soltanto un elemento paesaggistico, ma la metafora di un ordine mondiale che è solo apparentemente statico, e che cela, già in nuce, le crepe di un sistema pronto a implodere su sé stesso, a sgretolarsi in modo rovinoso, e a rivelare inediti scenari di opportunità e conflittualità.






FONTI:

1- Negli anni ’50 del secolo scorso, il governo danese inviò bambini groenlandesi in Danimarca allo scopo di istruirli. L’idea era di integrarli nella cultura danese, ma questo comportava anche la perdita della loro lingua madre.

https://edition.cnn.com/interactive/2022/01/world/greenland-denmark-social-experiment-cmd-idnty-intl-cnnphotos/

2- Durante gli anni '60 e '70, sono stati inseriti dispositivi intrauterini in migliaia di ragazzine groenlandesi, spesso senza il loro consenso e sotto la direzione di funzionari governativi. Ovviamente, l’obiettivo non dichiarato era ridurre la popolazione Inuit.

https://www.dr.dk/nyheder/indland/groenlandske-politikere-reagerer-paa-spiralsag-retten-til-egen-krop-er-blevet

3- Tra il 1914 e il 1974, la legge danese considerava i figli “misti” di donne Inuit non sposate come “legalmente senza padre”, impedendo loro di ereditare o perfino di conoscere il padre danese.

https://knr.gl/da/nyheder/juridisk-faderl%C3%B8se-sender-krav-om-erstatning-til-den-danske-stat

4- https://search.open.canada.ca/grants/?page=1&search_text=P009427001&sort=score+desc&utm_source

5- https://www.inuitcircumpolar.com/media-and-reports/archives/canadian-inuit-initiative-to-assist-the-inuit-of-chukotka-russia/?utm_source

6- https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/2016GL069688

7- https://future.fandom.com/wiki/Russo-Norwegian_War_(Cold_Response)



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