NAURU E L'ARMAGEDDON DILAZIONATO

ECHI DI GUERRA MONDIALE TRA VACCHE MAGRE E BRAME STRATEGICHE

L'isoletta della Micronesia (21 km² per 10.834 abitanti, coordinate DMS: 0°31'38.24" N 166°56'12.21" E), pur essendo sperduta nell'Oceano Pacifico, ha una valenza strategica. Lo sanno bene i giapponesi, che durante la seconda guerra mondiale la invasero nel corso dell'Operazione RY, e lo sanno bene gli inglesi, che nel 1900 scoprirono i suoi ricchi giacimenti di fosfati, utilissimi per la produzione di carne e fertilizzanti. 

Oggi, dopo un'invidiabile fase di ricchezza che ha reso i suoi abitanti fra i più ricchi e obesi del mondo, i giacimenti della microscopica Repubblica sono quasi del tutto esauriti, ma il governo ha preferito adagiarsi sui caduchi allori di un'industria estrattiva destinata a scomparire. Il picco di Hubbert, la massima fase di estrazione, è solo un ricordo sbiadito, e anche se il fosfato è un bene inelastico non suscettibile alle variazioni di prezzo, un bene primario, quindi, per il quale è conveniente investire ingenti risorse statali, bisogna prendere atto che la vena primaria è agli sgoccioli. Nel fondo dell'isola dovrebbero esserci altri 20 milioni di tonnellate di fosfato, ma sono piuttosto difficili da raggiungere e dureranno per pochi decenni (1). Anche le profondità marine sono potenzialmente sfruttabili. Nel 2021, Nauru, coadiuvata dall'azienda canadese Deep Green/The Metal Company, ha chiesto all'International Seabed Authority, un ente fondato dalla Nazioni Unite, di pronunciarsi entro due anni sulla possibilità di sfruttare i noduli polimetallici, essenziali per la produzione di batterie per veicoli elettrici (2). Il termine per deliberare e per produrre una decisione vincolante scadrà nel luglio di questo anno, ma è ovvio che potrebbero esserci serie ripercussioni per l'habitat marino e per la pesca, un settore per tanti anni sottovalutato, e che adesso intendono promuovere e riportare agli antichi fasti precoloniali. 

Giunti a questo punto, diversificare gli investimenti è una necessità di primaria importanza, un obbligo da cui dipenderà la sussistenza degli abitanti, abitanti che si vedono costretti a erodere i loro risparmi e che sempre più spesso sono disoccupati. L'economia è attanagliata da una bilancia commerciale passiva, perché quasi tutto viene importato dall'estero. A onor del vero, negli anni '90 c'era stato il tentativo di rendere l'isola un paradiso fiscale, incoraggiando la registrazione di banche e imprese in regime di offshore, ma gli USA, che tutto vedono e tutto sanno, non hanno gradito il massiccio afflusso di rubli. Così, a furia di dover varare leggi finalizzate all'armonizzazione fiscale, la situazione nauruana odierna è sì più limpida, ma anche meno competitiva, ed è molto difficile trovare fonti di investimento alternative/redditizie in un territorio del tutto privo di foreste e fiumi. La situazione idrica è davvero problematica e col tempo peggiorerà. 

L'isola ricava ogni giorno - mediante un impianto di desalinizzazione, una centrale elettrica e la raccolta di acqua piovana - 1500 metri cubi di acqua potabile e 1000 metri cubi di acqua non potabile, ma questa fornitura non basta a coprire il fabbisogno giornaliero negli anni siccitosi (sempre più frequenti), in caso di problemi tecnici o quando il prezzo del petrolio aumenta, come avviene in tempo di guerra. Studi recenti hanno individuato lenti di acqua dolce (di scarsa qualità e quantità), eppure, anche nell'ipotesi in cui si riuscisse a sfruttarle evitando l'inquinamento da attività antropiche, sarebbe comunque necessario disporre di altre risorse idriche (3). Quindi, le relazioni internazionali sono e continueranno a essere cruciali per questa isola, ed è evidente che, a causa della mancanza d'acqua, finirà alla mercè del miglior offerente. La sua sovranità statale è solo un orpello giuridico destinato a durare non fino a che lo vorranno i suoi abitanti, ma fino a che sarà utile agli altri Stati.


L'ISOLA FORTINO E L'INDIPENDENZA NECESSARIA

Dalla fine della seconda guerra mondiale, Nauru è logicamente entrata nell'orbita occidentale, stringendo legami diplomatici sempre più forti con il Regno Unito, la Nuova Zelanda e l'Australia. Se all'inizio aveva dalla sua parte la forza dell'economia, a partire dagli anni '90, quando era chiaro che la manna del fosfato di lì a poco sarebbe cessata, la Nuova Zelanda e il Regno Unito si sono defilate, e l'Australia ha assunto una posizione dominante. Ma cosa ci guadagna "The Lucky Country"? 

Gli australiani di certo non si interessano alla minuscola isola per finalità caritatevoli. E malgrado quello che scriveva Donald Horne, l'Australia non deve la sua prosperità solo alla fortuna di essere distante dal resto del mondo, ma anche a un forte nazionalismo, che talvolta può sfociare in bieco e gretto patriottismo, in disistima o aperta avversione per chi non sia WASP, basti pensare alle funeste "Stolen Generations". Insomma, questa effettiva "distanza dal mondo" non scaturisce soltanto da una colossale barriera geografica, ma è anche uno stato ideale da preservare, agognato e metodicamente pianificato. Ora, in un'epoca come questa, caratterizzata da molteplici migrazioni di massa, la "Pacific Solution", attuata a partire dal 2001, ha consentito agli australiani di utilizzare le sperdute isole del Pacifico come ineludibili campi d'accoglienza per i tanti immigrati asiatici (afgani, iracheni, iraniani, pachistani e cingalesi) che vogliono stabilirsi in Australia. Creare prigioni che non hanno mura, che non hanno sbarre, in cui l'inquietudine è mitigata da rassicuranti palme e soltanto la mente è imprigionata, è sadicamente geniale. Non volere troppi immigrati è legittimo, ma ricorrere a Stati che sulla carta sono indipendenti, utilizzandoli a mo' di fortino d'oltremare, con le inevitabili aberrazioni leguleiche che ne derivano, rasenta un immorale e pericoloso machiavellismo. Con questa esternalizzazione dei confini, l'Australia riesce a conservare la sua identità occidentale, ma, allo stesso tempo, non è responsabile dei tanti immigrati detenuti in modo inumano (4). Gli stupri e i suicidi non interessano, perché avvengono altrove e non creano conseguenze giuridiche.

Questo pragmatismo alla Ponzio Pilato sta facendo presa anche su Sunak, che intende deportare gli immigrati in Ruanda. A suo tempo ci pensò Blair con la Tanzania, ma poi non se ne fece nulla. Vedremo se questa volta il Regno Unito riuscirà ad attuarlo, a dispetto del fatto che Paul Kagame non è affatto contrario all'influenza russa in Africa (5). Molto dipenderà da quanto saranno disposti a pagare per sbaragliare la concorrenza, considerando la coperta corta aggravata da crisi economica e guerra mondiale. Comunque sia, se leggiamo i giornali che vanno dal 2001 al 2007, gli inglesi non hanno mai criticato la soluzione all'immigrazione di John Howard. I pochi articoli sulla Pacific Solution reperibili online descrivono la faccenda con toni molto neutrali, ai limiti della piaggeria (6). Magari il Regno Unito non ha sobillato il nazionalismo esasperato né ha incentivato la Pacific Solution, ma di certo non l'ha osteggiata, aggrappandosi al pretesto di non poter immischiarsi negli affari altrui. Senza dubbio, conservare la sovranità su uno Stato in massima parte WASP è molto più agevole che farlo su uno Stato "meticcio". Proteggere il predominio politico-culturale dei bianchi può impedire un'altra Barbados, per uno Stato che si allontana a grandi passi - come tutti gli altri Stati del Commonwealth - dall'ex madrepatria. Tornando a Nuaru, si comprende, quindi, come la sua indipendenza "fittizia" non sia affatto in discussione. Il Regno Unito ha bisogno dell'ultimo residuo di sovranità sull'Australia, e, affinché questo accada, c'è bisogno di una Australia a guida bianca e di una Nauru indipendente. 

La natura, come sempre, può scardinare i progetti umani di medio e lungo periodo. Nauru, insieme ad altre isole del Pacifico, fa parte dei cosiddetti SIDS (Small Island Developing States), microstati con ecosistemi fragili, che rischiano di scomparire a causa dei cambiamenti climatici. Prima o poi la bella isola verrà inghiottita dalle onde dell'oceano e, in modo inevitabile, l'equilibrio geopolitico - seppur di poco - muterà. Anche se adesso sono riluttanti all'idea di emigrare, si dovrà pensare a dove sistemare migliaia di sfollati diventati apolidi. Ma forse ci vorranno ancora decenni o secoli affinché questo accada, e l'attuazione sistematica di misure per mitigare l'impatto del cambiamento climatico potrebbe - almeno in parte - rallentare il corso degli eventi o rendere più gestibile il processo ex ante. Nel frattempo Nauru continua a essere scrutata con attenzione e avidità dai politici di mezzo mondo. 


UN INTRUSO ALL'ORIZZONTE

Fino ad oggi il contesto geopolitico nauruano è stato dominato dalla triade Australia/UK/USA, ma negli ultimi anni lo status quo è stato scardinato dalla Cina. La stessa Australia è sempre più popolata da cinesi (1,4 milioni circa - 5,5% della popolazione). Molti di essi hanno una solida formazione accademica e iniziano a ricoprire ruoli importanti negli affari e nella ricerca, mentre i matrimoni interetnici cino-australiani rappresentano un numero sufficientemente elevato da modificare il sostrato identitario occidentale dell'ex colonia britannica. Anche questo elemento è stato vagliato negli ormai consueti war games in cui si simula la guerra tra Australia (USA) e Cina. 

In caso di guerra, cosa ne sarebbe di queste genti? Sarebbero fattibili, considerando il diverso humus giuridico-culturale, campi di internamento sulla falsariga di quelli per i tedeschi, gli italiani e i giapponesi durante l'ultimo conflitto mondiale? E cosa ne sarebbe dei cittadini "misti"? Subirebbero discriminazioni aberranti come quelle dei "Mischlinge" o una discriminazione edulcorata come quella degli Hāfu di alcuni anni fa? Probabilmente non ci saranno conseguenze drammatiche, soprattutto per i tanti cittadini australiani d'origine mista, ma un certo grado di penalizzazione è un'eventualità da non escludere a priori, e molto dipenderà dalla sensibilità culturale del prossimo Presidente USA, nonché dal convitato di pietra che ne condiziona l'operato. In fondo, pochi giuristi hanno sollevato perplessità riguardo all'esproprio dei beni degli oligarchi russi; pur non volendo paragonare questa fattispecie alla confisca dei beni ebraici attuata dai nazisti, un certo grado di arbitrarietà negli espropri è innegabile. Dimostrare la collusione col governo russo in molti casi è impossibile, e infatti i ricorsi sono sempre più numerosi. Se dovesse esserci una guerra con la Cina, le aberrazioni giuridiche e le leggi incostituzionali ci saranno, come in qualsiasi altra guerra. Se in tempo di pace è irrazionale aspettarsi che gli uomini siano razionali, figuriamoci in tempo di guerra, dove i dilemmi etici e giuridici sono utilizzati al massimo per finalità propagandistiche, trascendendo da una visione tesa al distacco e all'obiettività. Forse non ci sarà né una guerra civile come quella di Bougainville né una guerra porta a porta come paventano alcuni, ma lo scenario di una guerra economica, con la relativa confisca di beni, è più che verosimile. D'altronde, i previdenti cinesi ne sono coscienti e hanno già ideato un "Piano B", diversificando i loro investimenti e comprando la cittadinanza in remote isole del Pacifico (7) o, per essere ancora più tranquilli, in Brasile (Stato BRICS). Per ora gli australiani (e gli USA) monitorano con grande attenzione le Isole Salomone e Vanuatu, temendo che la Cina possa insediare un avamposto militare lì, a 2000 km dalla terraferma australiana (8). Ovviamente, anche Nauru, come tutte le isole di quell'area, è un'osservata speciale.


QUI GLADIO FERIT, GLADIO PERIT

Nei decenni scorsi per gli occidentali era davvero facile controllarla con regalie e mezze minacce. L'isola seguiva diligentemente gli ordini della CIA e del governo statunitense, tessendo importanti legami con Taiwan e favorendo la defezione degli scienziati nordcoreani mediante la cessione di passaporti nauruani (Operation Weasel). Discostarsi dalle direttive d'oltreoceano era praticamente impossibile, ed ogni tentativo di seguire una visione multipolare era destinato a essere sabotato. 

Ma negli ultimi anni Nauru ha scoperto che Taiwan è piccola - del tutto insignificante nel panorama internazionale - e che i cinesi pagano meglio. Questi ultimi, analizzando la strategia statunitense, hanno deciso di imitarli: "Gli statunitensi sfruttano i passaporti nauruani? Bene, lo faremo anche noi!". Quest'anno, ad esempio, è emerso che il console generale di Nauru in Thailandia, Onassis Dame, aveva affittato una casa di lusso a Bangkok, utilizzandola come base operativa per falsificare passaporti di cittadini cinesi (9). Anche i russi hanno adottato la stessa strategia imitativa: "Gli USA si fanno riconoscere Taiwan? Noi ci facciamo riconoscere l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud". Sono bastati 50 milioni di dollari per comprare la fedeltà di Nauru (10); e nel 2019 l'isola ha perfino ritirato il riconoscimento del Kosovo. Ultimamente flirta anche con Israele, uno Stato che non si genuflette a nessuno e che è partner degli USA solo fino a un certo punto. Lo Stato mediorientale ha così ottenuto il riconoscimento di Gerusalemme Capitale, mentre la piccola repubblica della Micronesia ha guadagnato know-how in campo medico e tecnologico (11). Ovviamente, l'attore principale tra questi Stati è la Cina, che - sempre più spesso - riesce a bypassare il veto statunitense, sfruttando paralogismi e ingenuità tattiche. 

In particolare, facendo una rapida ricerca con MarineTraffic, si nota che nel piccolo porto di Nauru, tra le poche navi che vi fanno scalo, c'è la Si Hanh Yun 19, una nave da carico costruita nel 2019 e battente bandiera panamense. Volendo restare su un piano tariffario gratuito e volendo continuare la nostra analisi, ci spostiamo su VesselFinder, dove si viene a conoscenza del nome del costruttore, la Zhejiang Tianshi Shipbuilding di Wenling (Cina), mentre il proprietario è la Haiyun Ocean Engineering Ltd, una società di Hong Kong (12). Le bandiere di comodo possono consentire di beneficiare di una bassa tassazione, e, soprattutto, di una supervisione lassista, evitando di adeguarsi a leggi sul lavoro severe e a parametri ambientali stringenti; inoltre, utilizzando società di comodo, possono rendere più difficile risalire al beneficiario effettivo, colui che è finanziariamente e legalmente responsabile della nave. La Cina, che ormai controlla una parte considerevole dell'economia panamense, ha trovato il modo di far breccia nelle isole del Pacifico, sfruttando una pratica controversa ma legale, adottata da tantissimi armatori. 

In questa lenta e progressiva cinesizzazione di Nauru e delle altre isole del Pacifico, l'Australia corre ai ripari come meglio può, incentivando piani di sviluppo generosamente finanziati, in cui non ci guadagna nulla, e facendo in modo che le gare d'appalto per la costruzione di cavi sottomarini non vengano assegnati alla Huawei Marine/HMN Tech (13). Nei prossimi anni Canberra, come parte del Project SEA 2000, spenderà fino a un miliardo di dollari per comprare mine marine da usare come deterrente contro un'ipotetica invasione cinese, e non è escluso che decida di utilizzarle anche per Stati che sulla carta sono indipendenti (14). Riuscirà questa invisibile linea Maginot a difendere coste così vaste e isole così lontane da orde di invasori? 

In fondo, laddove molti vedono nella graduale cinesizzazione del Pacifico la conseguenza di occulti progetti imperialistici, altri, meno sinofobici e guerrafondai, ci vedono una mera coincidenza storica, scaturita da innocue migrazioni, da un'economia multipolare e dal fisiologico indebolimento degli USA. Difficile sbilanciarsi adesso e dire chi abbia ragione. Resta il fatto che i cinesi sono consci della diffidenza  occidentale e monitorano i giochi di guerra austro-statunitensi con discrezione, restando al di fuori delle acque territoriali australiane o, al massimo, entrando nella zona economica esclusiva australiana, dove possono navigare se non svolgono alcuna attività economica (15). La discrezione è così tanta che qualcuno potrebbe obiettare che non si tratta di vero spionaggio, tanto più che già con i satelliti riuscirebbero a carpire ciò che è utile sapere. Altri potrebbero vederci un'onta simbolica, una pressione psicologica per provocare gli australiani, ma la verità è che la sovranità non è mai stata violata. Ciò che è certo è che la lotta per il controllo occidentale di Nauru, e delle altre isole della Micronesia, è l'ennesima prova di quanto la nuova guerra fredda sia reale e di quanto sia destinata a sconvolgere gli equilibri di territori apparentemente idilliaci e insignificanti.




Fonti:

1- https://myfamilystories.gen.nz/wp-content/uploads/2020/05/Day-9-Monday-Nauru-tour-PART-THREE-phosphate-ctd.pdf

2- https://sdg.iisd.org/news/isa-council-agrees-to-intersessional-work-on-draft-exploitation-rules/

3- https://www.mdpi.com/2073-4441/9/10/788

4- https://www.aph.gov.au/parliamentary_business/committees/senate/regional_processing_nauru/regional_processing_nauru/Final%20Report/c02

5- https://www.dw.com/en/rwandas-kagame-defends-russias-presence-in-africa/a-65372509

6 - http://news.bbc.co.uk/2/hi/asia-pacific/1802364.stm

7 - https://www.theguardian.com/world/2021/jul/15/citizenship-for-sale-fugitives-politicians-and-disgraced-businesspeople-buying-vanuatu-passports

8- https://www.smh.com.au/politics/federal/secret-china-war-gaming-exercises-expose-australia-s-defence-weaknesses-20230501-p5d4ms.html

9- https://www.rfa.org/english/news/china/bangkoknaurupassport-01182023132107.html

10- https://www.theguardian.com/world/2009/dec/14/nauro-recognises-abkhazia-south-ossetia

11- https://www.israelnationalnews.com/news/230909

12- https://www.vesselfinder.com/vessels/details/9897406

13- https://www.reuters.com/article/us-pacific-politics-exclusive-idCAKCN2E00IX

14- https://www.navalnews.com/naval-news/2023/02/australia-seeks-accelerated-sea-mine-capability/

15- https://www.voanews.com/a/east-asia-pacific_chinese-spy-ship-expected-monitor-australia-us-war-games/6208287.html



Immagine: Nauru, Hobgood, https://goo.gl/photos/UehVwmoo276avU9w5


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