IGNORANZA E VIOLENZA. L'OMICIDIO DI CHARLIE KIRK NELL'OCCIDENTE IPERPOLARIZZATO E IRRAZIONALE 

Che Kirk non fosse uno stinco di santo lo sanno tutti, perfino chi – pretestuosamente – grida allo scandalo per quei pochi irresponsabili e stolti (non certo politici di primo piano), che gioiscono della morte di un giovane uomo. D’altra parte, un tipo che passa il proprio tempo dedicandosi a far degenerare la politica con slogan da bar di infimo ordine, del tipo: “Michelle Obama, donna di colore, ha un cervello inferiore a quello di una qualsiasi donna bianca”, in una società sana e meritocratica non avrebbe mai avuto tutto lo spazio e la considerazione che ha avuto Kirk. Perché gli Obama possono anche non piacere, ed è del tutto legittimo che sia così, ma affermare che una donna come l’ex First Lady, laureata con lode in Sociologia a Princeton e in Legge ad Harvard, sia più stupida di qualsiasi donna bianca soltanto perché melanoderma è tipico di una persona con seri deficit cognitivi o che, nel migliore dei casi, è disposta a mentire in modo plateale per raggiungere i suoi scopi. 

Non ci sarebbe nemmeno bisogno di spiegarlo, ma una donna che eccelle nello studio in Università selettive, partendo da una situazione di svantaggio e senza una rete di conoscenze familiari, avrà un IQ di almeno 110. Ora, non tutte le donne bianche sono come Marie Curie o Marguerite Yourcenar. Vi sono donne leucoderma normodotate che si collocano in un percentile sicuramente inferiore al 75°, così come vi sono donne borderline o con deficit cognitivi significativi, che ne limitano l’intelligenza. Questa offesa poi, è utile sottolinearlo, veniva da un uomo che non era neppure laureato. E Kirk, se pure si fosse iscritto all’Università, senza appoggi esterni difficilmente si sarebbe laureato con buoni voti, poiché aveva un modo di ragionare eccessivamente arbitrario e manicheistico, incline all’esagerazione e al sensazionalismo, laddove lo studio critico predilige dati oggettivi, pazienza, neutralità e un’analisi accurata delle fonti. Se Michelle Obama avrà sgobbato su manuali, codici e articoli, abituandosi a prendere in esame vari aspetti di ogni tematica, il modo di vedere di Kirk è rimasto sostanzialmente quello di un adolescente carismatico ma immaturo. 

Moltissime sue frasi non erano solo discutibili, ma del tutto illogiche e facilmente confutabili. Tra le più sciocche, con un macabro sentore di preveggenza, ci sono frasi come: “Le condanne a morte dovrebbero essere pubbliche, veloci, trasmesse in televisione. Penso che a una certa età sarebbe anche un’iniziazione. A quale età si dovrebbe cominciare a vedere esecuzioni pubbliche?” e “Il prezzo che paghiamo per la libertà di possedere armi è che qualcuno talvolta sarà ucciso”. Kirk propugnava una violenza cieca, voyeuristicamente istituzionalizzata e legittimata, un’orgia di giustizia da Far West che sostituiva la complessità del pensiero con il clamore delle armi, la pazienza dell’analisi con l’immediatezza brutale dello spettacolo. In quell’idea distorta di iniziazione non c’era alcuna crescita, ma solo regressione: la comunità ridotta a folla urlante, il diritto a vendetta rituale, la vita umana a spettacolo consumabile. Chissà se i suoi figli, crescendo, penseranno a quelle idee in modo diverso, alla luce dell’orrore di immagini circolate ovunque, sui cellulari e sulle televisioni di tutto il mondo. 

C’è da dire, però, che anche il killer, Tyler Robinson, rappresenta in pieno la tipica ignoranza statunitense, e ormai occidentale. Perché non solo uccidere un uomo – oltre tutto disarmato – è eticamente ingiusto, ma è anche la manifestazione di un vuoto culturale e morale che alimenta l’odio invece di contrastarlo con la logica e il dialogo. È come se, con quel gesto, si pensasse a livello implicito che l’elettorato è ormai una massa indirizzabile e irrazionale, che il merito non conta più nulla e che i cittadini non sono in grado di riconoscere da soli quanto figure come Kirk possano essere ridicole o pericolose. Da qui l’illusione che l’unico modo per mutare lo status quo sia rispondere alla violenza con una violenza tragicamente risolutiva. 

In fondo, nel gesto di Robinson c’è anche una scelta inutile: quella di uccidere un uomo che, più che un politico, era la Ferragni della politica, un influencer travestito da attivista, destinato più alle telecamere che alle urne, e che in definitiva non avrebbe mai rappresentato un reale pericolo per nessuno. L’ultimo Presidente non laureato degli Stati Uniti è stato Harry S. Truman, più di settant’anni fa: da allora, l’istruzione accademica è divenuta condizione implicita per chiunque aspiri a incarichi di primo piano. Se davvero qualcuno all’interno del movimento MAGA avesse visto in Kirk una pedina spendibile sul piano istituzionale, lo avrebbe almeno agevolato negli studi, permettendogli di ottenere una laurea all’Harper College, dove rimase iscritto per diverso tempo. Eppure, già allora aveva accesso a finanziatori e politici repubblicani di peso. Evidentemente, la sua funzione era un’altra: essere un megafono, non un leader. Altissimo, bianco, dai tratti somatici rassicuranti per l’ideale estetico dei WASP, ma confinato nel ruolo di urlatore digitale. Perfetto per catalizzare l’attenzione di un elettorato hillbilly diffidente verso dati e dossier, percepiti come freddi sofismi dei colletti bianchi. Col tempo il suo compito di giovane populista non è cambiato, e le sue opinioni hanno continuato a essere tollerate più che condivise, mal digerite perfino dagli stessi vertici del Partito Repubblicano. Non nutriva certo molta simpatia per gli ebrei, ed era palese. In più occasioni aveva pronunciato frasi apertamente antisemite, come: “Il fondamento filosofico dell'anti-bianchezza è stato in gran parte finanziato da donatori ebrei nel Paese” oppure “Gli ebrei controllano le Università, le organizzazioni non profit, i film, Hollywood, tutto”. Oggi Trump, che ha nipoti ebrei e rispetta Israele, annuncia di voler partecipare al suo funerale, ma la verità è che quelle frasi avevano relegato Kirk ai margini da tempo, come una figura troppo scomoda persino per i suoi alleati più cinici.


TYLER ROBINSON: UNO STRANO BACKGROUND

Ma il gesto di Robinson getta nuova luce su quanto a volte la società statunitense sia divisa in modo schizofrenico. Cresciuto in una famiglia profondamente MAGA, immerso sin dall’adolescenza in un ecosistema di armi, videogiochi e radicalismi digitali, Robinson resta un individuo difficilmente catalogabile. Sembra oscillare tra l’estrema destra groyper e l’estrema sinistra modaiola, rubando slogan e ideali qua e là, costruendosi un’identità che mescola ideologie e ossessioni. Qualcuno sostiene che avesse una fidanzata trans, nata maschio, e forse quella relazione ha contribuito a generare ulteriori tensioni, a far vacillare confini già labili in una mente molto disturbata. È possibile che, dopo essersi fidanzato, avesse virato verso l’estrema sinistra, non per convinzione profonda o per una scelta ponderata e matura, quanto per ribellione, per un senso di esclusione che nemmeno lui riusciva a decifrare fino in fondo, soprattutto perché immaturo e non istruito. Anche le incisioni sui bossoli - frasi tratte da Helldivers 2, meme grotteschi e persino l’inno partigiano “Bella Ciao” - indicano un mosaico tossico e delirante, un bizzarro miscuglio di cultura pop e eredità storiche di ideologie antitetiche. Quando l’FBI pubblicava le immagini del sospetto, lui su Discord ironizzava che fosse un suo sosia, che lui fosse Kirk stesso in fuga, o che avrebbe preso la ricompensa insieme ad altri. Non solo una strategia difensiva, ma un assassino folle che mescola autoironia e crudeltà in un’esistenza sospesa tra meme e sangue. Solo un pazzo (magari sotto l’influenza di psicofarmaci e droghe), il prodotto di un’infanzia scellerata passata fra fucili e sagome da tiro piuttosto che sui libri o un utile cecchino assoldato da qualcuno? 

Anche un pazzo ben allenato, che sappia centrare l’obiettivo a 125 metri (più degli 81 metri del cecchino di J.F. Kennedy) non è così facile da trovare, come dimostra il recente attentato a Trump. Un tiratore scelto, quindi, o soltanto un ragazzo disturbato con un colpo di fortuna? Su questo si sono già innestate le narrazioni più fosche.

Per alcuni complottisti, Robinson non poteva agire da solo: sarebbe stato un sicario ingaggiato da poteri occulti, addestrato per colpire con freddezza a distanza, poi abbandonato come pedina sacrificabile. In questa visione, il delitto assumerebbe i contorni di un regolamento di conti interno alla politica americana, un “inside job” costruito per destabilizzare e generare paura. Altri, invece, rovesciano la prospettiva e parlano di una macchinazione della sinistra radicale, pronta a eliminare un simbolo della destra populista per spaventare i suoi seguaci. Ma c’è anche chi sostiene la tesi opposta: che l’omicidio sia stato orchestrato proprio da settori dell’estrema destra, interessati a liberarsi di un personaggio percepito come ambiguo e troppo moderato, trasformandolo in un martire utile alla causa.

Infine, nei meandri più tossici della rete, circolano le solite teorie antisemite: c’è chi chiama in causa Israele e presunti “complotti ebraici”, riproponendo l’antico riflesso di incolpare sempre la stessa comunità per qualsiasi evento traumatico. Una narrativa tanto logora quanto pericolosa, che nulla ha a che vedere con i fatti emersi finora. La verità, almeno per ora, resta più semplice e insieme più disturbante: Robinson appare come il prodotto di un ecosistema tossico, cresciuto tra armi, meme estremisti e un’identità politica ondivaga, oscillante tra destra radicale e suggestioni ribelli. Un profilo che incarna il paradosso della contemporaneità: il killer che nasce non in un campo di addestramento, ma in una chat room.

Ignoranza e violenza, dunque. Non solo quella di un giovane radicalizzato, ma anche quella metaforica che riaffiora ogni volta che la politica trasforma un dramma in strumento di consenso. I leader populisti europei, da Giorgia Meloni a Viktor Orbán, non hanno perso tempo nel commentare l’omicidio Kirk: ciascuno a suo modo ha tentato di piegare l’episodio alle proprie narrazioni, chi parlando di attacco alla libertà di pensiero conservatore, chi denunciando la pericolosità della sinistra. È un riflesso tipico dei nostri tempi: non importa la verità, importa come un fatto possa essere manipolato per consolidare la propria base elettorale. Così l’omicidio di un influencer politico americano (fino a pochi giorni fa sconosciuto in Europa) diventa benzina per campagne nazionali e internazionali, senza alcun rispetto per la stratificazione ideologica e per la complessità della vicenda. Ogni tragedia si trasforma in specchio delle paure collettive, in miccia per incendi culturali che si diffondono con la velocità e la volgare bramosia dei social.

Ma il vero rischio sta altrove. Questo spettacolo di fragilità politica, di odio incrociato e di isteria collettiva viene osservato con attenzione da potenze che non hanno bisogno di sporcarsi le mani. Russia e Cina restano silenziose, studiano, accumulano dossier: sanno che un Occidente che si dilania da solo, diviso tra le proprie polarizzazioni, offre opportunità migliori di qualsiasi attacco diretto. È un mondo in cui la destabilizzazione non richiede più missili, ma la capacità di amplificare divisioni già esistenti.





NOTA: Questo articolo è un editoriale critico. Le informazioni fattuali e i riferimenti evocati si basano esclusivamente su fonti pubbliche e verificabili — reportage e inchieste giornalistiche, agenzie di stampa, documenti ufficiali, dichiarazioni pubbliche e materiali multimediali resi disponibili dalle autorità o dagli organi d’informazione — e possono essere agevolmente recuperati mediante semplici ricerche online.








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